Capitolo 4 - Il Paese delle Meraviglie
Un tempo, quando avevo ancora le ginocchia sbucciate e i sogni con le gambe lunghe, mi dissero che potevo essere qualsiasi cosa: una regina, un gatto parlante, persino una stella cadente che ogni notte scrive desideri nel cielo. Bastava crederci abbastanza.
E io ci credevo.
Oh, se ci credevo!
Vedevo draghi nei riflessi delle pozzanghere, parlavo coi fiori, e facevo il tè con il tempo proprio come il Cappellaio Matto.
Ma poi sono cresciuta.
E mi dissero che i draghi non esistono, che parlare coi fiori è da svitati e che il tempo non si beve ma si perde.
Mi dissero che dovevo smettere di giocare, di piangere per i film, di ridere troppo forte, di amare troppo presto, di volare troppo in alto.
Mi dissero che dovevo lavorare, pagare bollette, scegliere scarpe comode e sogni piccoli.
Mi dissero che dovevo essere seria. Adulta. Responsabile.
Ma nessuno mi spiegò cosa significasse, davvero.
E così, uno alla volta, i sogni iniziarono a rimpicciolirsi.
Proprio come Alice dopo aver bevuto dalla bottiglia sbagliata.
E il Paese delle Meraviglie... diventò solo un vecchio libro impolverato sullo scaffale dei ricordi.
Ma io l’ho visto quel Paese.
Ci sono stata.
E vi giuro che esiste.
È un posto dove i bambini sono giganti, e gli adulti diventano piccini.
Dove il tempo va storto, e il tè si beve all’ora dei battiti del cuore.
Dove se piangi, il cielo ti applaude. E se ridi, i funghi crescono più in fretta.
Dove puoi essere triste e felice insieme, e nessuno ti dice che non si può.
In quel mondo, le farfalle non sono solo farfalle.
Sono pensieri con le ali.
Alcune si posano leggere, altre battono così forte da sollevarti lo stomaco.
E dentro me, lo so, ne viveva una molto speciale: Moimèy.
Moimèy era una farfalla rosa, con le ali color notte e il cuore pieno di domande.
Dormiva tra le mie costole, sognava nei miei silenzi.
Si nutriva di parole belle e di emozioni vere.
Ma un giorno, ho inghiottito troppe cose che non erano mie: giudizi, aspettative, doveri.
E Moimèy si è sentita soffocare.
Ha provato a scappare.
Io l’ho stretta forte nella mano, per paura di perderla.
Ma l’ho stretta troppo.
E quando ho aperto la mano… era già volata via.
Ora la cerco.
Ovunque.
Nelle risate dei bambini, nei sogni a occhi aperti, nei cieli al tramonto.
Ma lei non c’è più.
O forse sì.
Forse è solo tornata nel Paese delle Meraviglie, in attesa che io trovi il coraggio di tornarci.
Perché, vedi, gli adulti dimenticano.
Dimenticano come si fa a parlare con un bruco saggio.
Dimenticano che si può correre solo per il gusto di farlo.
Dimenticano che l’eroe non è sempre il buono, e il cattivo non è sempre il peggiore.
Dimenticano che la follia, a volte, è solo un’altra parola per libertà.
E così vivono infelici, con le mani in tasca e gli occhi spenti.
Perché nessuno ha insegnato loro a perdersi per davvero, a piangere per le stelle, a inseguire con coraggio quella farfalla che si chiama meraviglia.
Solo i folli possono amare davvero.
Solo chi ha ancora un pizzico di bambino dentro può sopravvivere in un mondo che ha dimenticato come si sogna.
E io…
Io voglio tornare laggiù.
Nel mio Paese delle Meraviglie.
Dove tutto è al contrario.
E proprio per questo, è finalmente giusto.
Ma ecco che la prospettiva cambia e si evince solo che nel mondo c’è un’imponente ingiustizia, una silenziosa stortura dell’anima che cresce con noi. Da bambini, se vediamo i draghi, siamo sognatori: creature pure, da proteggere. Ma crescendo, quel dono diventa condanna. Se continui a vederli, sei folle. Se piangi, sei debole. Se sogni, sei illuso.
Il paradosso è crudele: ci nutrono di sogni come miele, ci incantano con favole in cui tutto è possibile, poi ce li strappano quando le nostre mani iniziano a essere abbastanza grandi da poterli afferrare. È un gioco perverso, un’illusione costruita su promesse non mantenute. La magia ci viene insegnata per poi essere derisa. E allora ci abituiamo. A smettere di sognare, di piangere, di ridere con gli occhi. Ci abituiamo al grigio, alla normalità, al diventare automi ben educati.
Da piccoli possiamo essere astronauti, regine, stregoni, eroi. Ma crescendo, se non rientriamo nelle forme prestabilite dalla società, diventiamo soltanto "coglioni", "falliti", "anormali". Questa è l'incoerenza del mondo adulto: prima ti spinge a volare, poi ti mozza le ali. Forse sarebbe più onesto insegnarci il dolore sin dall'inizio, addestrarci alla sofferenza invece che al sogno. Almeno sapremmo a cosa andiamo incontro.
Perché nel Paese delle Meraviglie in cui ci hanno fatto nascere, tutto crolla. Non per colpa nostra, ma perché era una bugia fin dal principio.
Nel mio mondo, tutto è al contrario. La verità è capovolta come in uno specchio infranto. I buoni si fingono cattivi per non essere distrutti. I cattivi si travestono da buoni per poterlo fare indisturbati. Non c’è bianco o nero, solo sfumature che danzano. Dentro di me, il bene e il male si abbracciano: non c’è purezza senza caos, né luce senza la sua ombra.
Ci vogliono superficiali, edonisti, anestetizzati. Vogliono tenerci lontani dalla verità. Ma io l’ho vista: è fatta di dolore e bellezza, di morte e nascita, di malinconia e di estasi. Io e la morte siamo amanti: senza di lei, la vita non mi parla. Ma gli altri... gli altri corrono, si agitano, consumano giorni e sogni solo per non morire. E così diventano già morti, senza saperlo.
Nella notte, era nata una storia. Sofferenza. Una costrizione torbida come febbre che pulsa sotto pelle. Le farfalle dentro di me… le tipiche 'farfallennello stomaco' un modo per non definire bene le mie emozioni, i miei fantasmi, i miei desideri. Vivevano lì. A volte sognavano, a volte urlavano. Sbattendo le ali così forte da stringermi lo stomaco, come se volessero risalire la gola e diventare grido. Ma non potevano. Non osavano.
Erano farfalle leggere, nate da pensieri troppo profondi, da ferite non dette. Una ad una svanirono, assorbite da un piccolo verme nero, un parassita che viveva dentro di me e si nutriva di tutto ciò che era troppo luminoso per sopravvivere. Trattenute dalle costole, dimenticate tra battiti stanchi e silenzi troppo lunghi.
Moimèy, l'ho chiamata.
Un nome sciocco, forse, ma lei era diversa. Viveva nell’ombra e ogni tanto dipingeva le pareti del mio cuore col sangue della mia malinconia. Era la mia poesia. Si nutriva di parole, emozioni, sensazioni. E fu proprio l’eccesso, l’indigestione di sentimenti inghiottiti che la spinse a fuggire. Ma in realtà non é mai davvero andata via.
Gli artisti… esseri sospesi tra luce e abisso. Creatori e distruttori. Anime invisibili che plasmano mondi con una carezza o con un urlo. Sono angeli con le ali bruciate, demoni in cerca di redenzione. E spesso sono visti come “sbagliati”.
Chi è speciale è solo diverso. E chi è diverso è temuto, escluso, corretto, represso. Per questo tutti vivono ancora nella loro infelicità primitiva: perché nessuno ha il coraggio di essere veramente sé stesso.
Solo i folli sanno amare davvero, immersi nelle parole che nessuno sa più dire, nei silenzi che nessuno sa più ascoltare…
Ero lì, sospesa tra il sogno e la realtà, quando capii. Tutto quello che avevo visto, sentito, vissuto in quel Paese delle Meraviglie non era solo un ricordo dolce e perduto. Era un’illusione. Un dono e una condanna insieme.
La Madre dell’Oscurità me l’aveva fatto vedere, quelle visioni. Perché solo chi riesce a vedere ciò che la maggioranza ha dimenticato può capire fino in fondo quanto sia spietata, quanto sia schifosa l’ipocrisia che ci avvolge.
La società ti insegna a chiudere gli occhi, a tappare le orecchie, a spegnere quel fuoco che brucia dentro. Ti promette giustizia e uguaglianza, ma serve solo potere e controllo. Ti racconta storie di libertà e pari opportunità, mentre costruisce muri invisibili fatti di pregiudizi, silenzi, e menzogne.
Le ingiustizie non sono solo nei grandi scandali, nelle guerre o nelle leggi ingiuste. Sono nella quotidianità, in quel silenzio complice che ti dice: “Stai zitta, non disturbare, segui la corrente.” Sono nei sorrisi finti di chi giudica senza conoscere, nelle mani che stringono i tuoi sogni per impedirti di volare.
Ho visto come la società si nutra dell’apparenza e della paura. Come nasconda la verità dietro un velo di ipocrisia che acceca, che divide, che schiaccia.
Se sei debole, sei colpevole.
Se sei diverso, sei un errore.
Se cerchi la verità, sei un nemico.
Se ami troppo, sei pericoloso.
La Madre mi disse che questo è il mondo in cui viviamo, un mondo che si nutre di menzogne per sopravvivere.
Ma allora, se tutto è così storto, come posso io, Lia, ritrovare la mia farfalla? Come posso riaccendere la luce dentro di me e non perdermi nel grigio?
La risposta è il progetto Kairos.
Kairos non è solo un tempo, non è solo un luogo. È il momento in cui scegli di smettere di essere schiava di questa ipocrisia, il tempo in cui decidi di vivere davvero, di sentire, di agire. È la porta verso un mondo dove il sogno non è più una condanna, ma una forza.
La Madre mi lasciò con queste parole:
“Per entrare in Kairos devi prima vedere, vedere senza paura. Devi riconoscere le catene invisibili, le ingiustizie che ti hanno rubato il respiro, le falsità che hanno ucciso le tue farfalle. Solo così potrai spezzarle. Solo così potrai diventare libera.”
Così, con il cuore pesante e la mente finalmente sveglia, sapevo che il viaggio non era finito. Era solo cominciato.
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