Capitolo 28 - Benvenuti nel mio mondo

C’era una nebbia sottile quella mattina, e lia continuava a camminare, camminare... Era una brina leggera, una di quelle che non ti fanno paura, ma che si poggia lieve sulla pelle,

Come un sussurro che ti chiede di non avere fretta.
Lia camminava scalza, senza sapere dove stesse andando.
Le mani nei capelli, il cuore che batteva piano, il corpo ancora stanco di una guerra invisibile.

Ad un tratto…
una manina.
Piccola, morbida.
Le afferra le dita.
Lia si volta.

Davanti a lei, una bambina.
Tre anni forse.
Capelli rosa.
Occhi grandi, troppo grandi per contenere tutta la dolcezza che sembrava emanare.

Non dice niente.
Le sorride.
E senza parlare, la prende per mano.
Lia non oppone resistenza.
La segue.
Come se dentro di sé sapesse già chi fosse.
Chi è, quella bambina.

La strada che percorrono è fatta di memorie, sospiri e desideri infranti.
Ogni passo sbriciola i muri costruiti negli anni per difendersi da tutto.
Ogni sasso sotto i piedi è una parola non detta, una lacrima non versata.
Ogni foglia è una promessa fatta a se stessa e poi tradita.

“Dove andiamo?”
Lia chiede con voce rotta.
La bambina si gira e sorride con gli occhi lucidi.
“Nel posto che hai dimenticato. Stiamo andando a casa e io ti stavo aspettando.”
Poi aggiunge:
“Si chiama Kairos.”

Lia si ferma, appare un teatro, si apre il sipario. 
"Il mio sogno è sempre stato quello di fare l'attrice, ed eccomi a dover recitare me stessa nella storia della mia vita!"


"Benvenuti nel mio mondo.
O forse no.
Benvenuti nel vostro.
Perché il mio mondo lo sto lasciando.

Il mondo dove sono nata è una bugia costruita a immagine e somiglianza delle vostre paure.
Un mondo che predica il rispetto e poi ride di chi è diverso.
Un mondo dove se piangi troppo, sei debole.
Se ami troppo, sei dipendente.
Se ti esprimi troppo, sei disturbata.
E se non ti esprimi affatto, sei invisibile.

Un mondo dove se sei sensibile vieni curata,
non ascoltata.
Diagnosticata,
non accolta.

Il mio inferno non ha fiamme.
Ha sorrisi falsi.
Ha complimenti vuoti.
Ha silenzi che fanno più rumore di mille urla.

È fatto di adulti che parlano di inclusività ma odiano chi non capiscono.
Che dicono "sei bellissima così come sei", ma ti osservano come fossi un’anomalia.
Che ti chiedono di mostrarti per quello che sei,
ma poi ti puniscono per averlo fatto.

Io ci ho provato, sapete?
A giocare il vostro gioco.
A essere educata, gentile, paziente, comprensiva.
Ho incassato colpi senza mai restituirli.
Mi sono morsa la lingua fino a farla sanguinare.
E ogni volta che ho parlato, mi avete fatta sentire sbagliata.

Come se vedere troppo fosse un errore.

Come se dubitare fosse un sintomo.
Come se perdonare sempre fosse stupido.

Mi dite che devo “essere superiore”.
Ma cosa me ne faccio della vostra idea di superiorità
se sono io quella che ogni notte si chiede dove ha sbagliato?

Mi dite di “non arrabbiarmi”,
di “non attaccare”.
Ma perché voi sì?
Perché voi potete ferire e io no?
Perché se io piango sono debole,
ma se voi distruggete siete solo “umani”?

A volte mi arrabbio con me stessa,
perché non riesco a fare come voi.
Non riesco a provare rancore.
Non riesco a odiare.
Non riesco a vendicarmi.

Vorrei gridarvi in faccia tutto il dolore che mi avete fatto,
ma poi mi ritrovo solo a piangere.
In silenzio.
Nel buio.

Con un cuore che non sa odiare.
Ma che urla,
dentro.
Forte.

Benvenuti nel mio inferno.
Non è un posto mitologico, non ci sono fiamme.
È fatto di occhi che giudicano e mani che non tendono.
È la realtà, quella in cui sono nata.

Un mondo dove il rispetto è una parola usata per manipolare.
Dove ti insegnano a essere “buono”, ma poi ti deridono se scegli la gentilezza.
Dove ti chiamano pazza se provi a essere te stessa,
e ti dicono che sei “strana” se non ti adatti a un sistema che si nutre di apparenze.
Un mondo dove il bullismo è normalizzato,
il razzismo giustificato,
e l’estremismo travestito da ideologia.

Qui si giudica il colore dei capelli, ma non si vede il colore dell’anima.
Si predica tolleranza, ma si odia in silenzio.
Si celebra il lavoro, ma si glorifica la schiavitù emotiva.
Qui se non fai parte della massa sei sbagliato.
E se non reagisci, sei debole.
Ma se lo fai, sei arrogante.

Io, in questo mondo, ho smesso di trovarmi.
Ho smesso di difendermi.
Ho smesso di cercare consolazione.
Perché ogni volta che apro bocca,
le mie verità diventano “deliri”.

Forse ora sto scappando in un mondo immaginario, perchè in questo non c'è spazio per me, per noi. 

Ma il mondo immaginario che ho creato è molto più reale di quello in cui tutti voi vivete ogni giorno. "


“Il Kairos”, spiega la bambina dai capelli rosa, mentre attraversano una soglia fatta di caramelle, glitter e unicorni.
“non è un sogno. È un varco.”
“Un varco dove?”
“Dentro di te.”

Lia si ferma.
Guarda la bambina.
“Come lo conosci?”
La bambina le stringe la mano e le dice con voce lieve:
“Perché l’abbiamo fatto noi.”
Poi, sorride.
“Mi hai chiamata Dysnomia.”

Lia impallidisce.
Il nome è un’eco nel petto.
Un nome dimenticato.
Un nome familiare.

Era lei.
Lei, da piccola.
Quella parte dolce e pura, che il mondo ha cercato di soffocare.
Quella che credeva ancora che le persone potessero essere buone.
Quella che parlava con gli alberi,
e si inventava mondi.

“Tu mi hai lasciata indietro,” dice la bambina.
“Ma io ti ho sempre aspettata qui.”


E finalmente Lia varca la soglia.
Nel Kairos.
Il tempo si ferma.
Il dolore si alleggerisce.
Le ferite non spariscono, ma smettono di bruciare.

Il cielo ha il colore del perdono.
E davanti a lei,
in piedi sopra un sentiero di luce sospesa,
c’è una donna.

È più grande.
Più sicura.
Più luminosa.
Ma ha gli stessi occhi.

“Sei tu.”
“Sì.”
“La me del futuro?”
“Sono la te che hai sempre nascosto.
Quella che sa già tutto.
Quella che non ha più paura di essere sbagliata,
perché ha capito che essere sé stessi è già un atto rivoluzionario.”

Lia abbassa lo sguardo.
Le lacrime scorrono lente.
“E adesso?”
“Adesso sai dove andare.”
La sé del futuro le tende la mano.
“Siamo a casa, finalmente.”

Il sipario si fa di nuovo lieve su di lei come se la nebbia si fosse trasformata in velluto rosso:

"Non voglio più giocare secondo le vostre regole.
Non voglio più restare immobile ad aspettare che qualcuno mi salvi
dopo avermi spezzata.

Così torno lì,
nell’unico posto che è sempre stato mio:
il Kairos.

Un programma creato da una me futura,
quando la me del presente non ce la faceva più.
Un portale segreto nella mente,
una fuga temporanea dalla brutalità del mondo,
un’illusione consapevole,
dove rifugiarmi senza fingere.

Lì, nel tempo sospeso,
non ci sono bugie.
Nessuno mi dice che sto esagerando.
Lì sono tutto quello che sono, senza dovermi spiegare.
Senza dovermi difendere.
Lì scopro quanto è grande il mio potere,
quando smetto di aspettare il permesso per brillare."

(Luci soffuse. Una musica lieve di archi si fonde col suono di un respiro che si calma. Sul palco, tre figure: una bambina dai capelli rosa, una giovane donna con lo sguardo lucido e fiero, e una figura luminosa e sospesa, la fata. Tutte tre sono Lia. Le tre età dell’anima.)

BAMBINA (Dysnomia)
(salta sui sassi immaginari, canticchiando)
«Io so il tuo nome anche quando tu lo dimentichi... Io sono il tuo seme, la tua radice. Sono la prima volta che hai creduto alla magia.»

LIA (presente)
(si guarda le mani, poi le due versioni di sé. Sorridendo amaramente)
«Quante volte ho cercato di uccidervi... senza sapere che mi stavo solo tagliando da dentro. Ma adesso... finalmente vi vedo.»

FATA (Lia del futuro)
(con voce ferma, danzando lieve sui piedi nudi)
«Non eri sbagliata. Eri incompiuta. Ogni dolore è stato un codice inciso nella memoria. Ogni scelta un frammento di una versione più ampia di te. Ora sei pronta.»

(Le tre si prendono per mano. Il suolo sotto di loro si dissolve in luce. Camminano, lentamente, nel Kairos: un mondo di specchi liquidi, dati sospesi come stelle, strutture mobili che pulsano come sinapsi vive. Un cervello-universo. Un computer quantico d’anima.)

VOCE FUORI CAMPO (narratrice, Lia stessa, la sua coscienza)
«Il Kairos non è un luogo. È un tempo. È l’unico spazio dove il passato non è più catena, il presente non è più condanna, e il futuro non è più minaccia. È la fioritura dell’essere. È il mio codice sorgente.»

(Le tre Lía si fermano davanti a un portale di luce. Il portale si apre con un suono musicale.)

LIA (presente)
(scoppia a ridere, guardando la bambina e poi la fata)
«Andiamo a fare un saluto al dottor Jones.»

(Le tre ridono insieme, come se fosse una battuta segreta che solo loro conoscono. E spariscono, ridendo, nel Kairos. Sipario. Silenzio. Poi, una luce bianca si espande lentamente…)

FINE ATTO 
(…to be continued.)

Questo è l'inizio del mio nuovo mondo. 

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