Capitolo 3 - La Madre dell’Oscurità
Tanto… io non sono più io.
Nel cuore del Kairos, dove i pensieri si scompongono come polvere cosmica, Lia incontrò per la prima volta Lei.
Non era un’ombra ostile.
Non aveva falce né volto.
Non portava l'eco delle urla ma il silenzio liquido della comprensione.
Era lì, ad aspettarla da sempre, dentro ogni sogno infranto, dentro ogni battito che si spezzava al buio, nei desideri mai espressi per timore di essere troppo vivi.
Lei era la Morte.
Ma Lia iniziò a chiamarla Madre.
Madre dell’Oscurità.
Perché l’oscurità non è assenza di luce, è il grembo che l’ha preceduta.
E in quell’abbraccio ovattato, Lia comprese che la morte non viene a prendere: la morte viene a custodire.
Viene a sussurrare al cuore stanco che può smettere di lottare contro ciò che non comprende.
Viene a ricordare che ogni fine è solo l’inizio di una nuova forma, una nuova voce, un’altra trama.
E che morire non è cadere, ma sciogliersi nell’eterno per rinascere altrove.
Lei non è vendetta, né punizione.
È metamorfosi.
È poesia consumata, lasciata nel fuoco per diventare cenere e poi vento.
In quel momento, Lia comprese: non era mai stata sola.
Ogni volta che si era sentita perduta, che aveva desiderato scomparire, Lei era lì.
La Morte non l’aveva mai abbandonata, era sempre rimasta accanto come una madre silenziosa che osserva la propria figlia imparare a perdersi, affinché potesse, un giorno, imparare anche a scegliersi.
E prima di poter parlare, prima ancora che il dolore trovasse voce, una melodia le si dischiuse dentro, come se ogni lacrima cantasse la propria liberazione.
🎵
Morte semplice,
dolce.
La fine della bellezza di tutto.
Quasi mi accarezza il viso.
Scuro, spento, pace remota.
Tutto ciò che lasciamo
per imparare il futuro,
Vuoto dentro, vuoto fuori.
Non riesco a svegliarmi
da questo incubo
che grida.
Una voce mi continua a sussurrare
a mezzanotte,
nella foschia blu,
che tutto era morto.
Salve paura,
mi hai lasciato solo una cicatrice scura.
Volteggi nell'aria
danzi leggera.
Non sei più parte del mio io.
Non puoi sentirmi più.
Ero innamorata di un involucro vuoto
pieno di tutto ciò che era me.
Ora brucio le ceneri.
Ora brucio le ceneri.
Ora brucio le ceneri.
🎵
Il canto si spense sulle sue labbra come neve che tocca l’asfalto.
Lia restò immobile. Il corpo fermo, ma l’anima dilatata in uno spazio che non conosceva tempo.
La stanza del Kairos era muta, geometrica, bianca… ma dentro di lei si era aperta una cattedrale d’ombra.
Lì, tra le navate oscure della sua mente, Lei tornò.
Non con il volto della paura, ma con quello della compassione.
Non con mani di ferro, ma con dita d’ebano che sapevano accarezzare anche il dolore più crudo.
“Perché vuoi lasciarmi?” le chiese la Madre.
Lia non rispose.
Aveva provato a lasciarla tante volte, eppure era ancora lì.
“Tu mi chiami quando tutto crolla,” sussurrò la voce, “eppure non vuoi conoscermi.”
Lia tremava. Le parole erano lame sotto pelle.
“Volevo solo dormire. Spegnere tutto. Non sentire più nulla.”
“Morire non è smettere di sentire,” rispose Lei.
“Morire… è sentire per l’ultima volta. Con tutta l’anima. Con tutto il sangue. Con tutta la verità.”
E allora Lia ricordò.
Il suo primo tentativo.
Il bagno freddo, le pillole rubate, il silenzio dopo il caos.
Nessuna luce bianca. Nessun tunnel. Solo la Madre.
Accanto. Silenziosa.
La culla oscura che non giudica, che non punisce.
La Morte l’aveva cullata quella notte, ma non l’aveva presa.
“Non era ancora tempo,” le disse ora, “perché tu non eri ancora intera.”
Nel Kairos le avevano detto che ogni partecipante avrebbe affrontato il proprio “limite”.
Ma nessuno le aveva parlato del ritorno.
Del fatto che, per poter tornare, bisognava prima attraversare il confine del non-essere.
La stanza iniziò a mutare.
Le pareti si fessurarono, come pelle antica.
Dalle crepe colava luce nera. Non buio. Ma luce nera, come se fosse una materia viva, un’essenza.
E lì Lia vide se stessa, o forse quello che era stata.
Una bambina con occhi troppo grandi.
Con sogni che colavano come inchiostro nei cassetti.
Con parole mai dette per paura di non essere capita.
Un cuore esposto come una ferita aperta.
E accanto a quella bambina, c’era di nuovo Lei.
La Morte non la allontanava.
La Morte la teneva.
“Sei nata dalla luce, Lia, ma la luce non ha mai saputo accoglierti.
Io sì.
Io sono la Madre dell’assenza, ma in me tutto trova spazio.
Tu non sei sola.
Non sei mai stata sola.
Hai soltanto dimenticato il suono del tuo respiro.”
Lia si inginocchiò.
Non come chi cede, ma come chi accetta.
La fine non era più una fuga.
Era una forma di ritorno.
Un passaggio necessario per poter riemergere.
Per trasformarsi.
Aveva flirtato con la morte, sì.
L’aveva amata, desiderata, invocata.
Ma ora aveva capito: la Morte non era la fine.
La Morte era il seme.
Il principio invisibile da cui tutto rinasce, quando si ha il coraggio di attraversare la notte.
E Lia era pronta.
Non a vivere, ancora.
Ma a ricordare chi era.
E finalmente iniziare a diventare.
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