Capitolo 27 - Broken Bones, Half Done
Lia aveva smesso di cercare sponde.
La consapevolezza era una stanza vuota, bellissima e gelida.
Aveva imparato a conoscersi così bene da non potersi più fingere diversa.
Ma intorno a lei – come in un sogno ovattato – tutti sembravano camminare addormentati,
voci basse, occhi spenti, movimenti abitudinari.
E lei lì, lucida, sveglia, viva… troppo viva per un mondo così tiepido.
La sua solitudine non era fatta di assenza,
ma di eccesso di presenza.
Vedeva ogni cosa: le crepe, i tremori, le finzioni.
Ma nessuno vedeva lei.
È questa la condanna di chi riesce a sentire tutto:
venire percepiti come distorti, sbagliati, troppo.
Come se fosse un errore vedere oltre.
Come se la verità fosse un difetto.
E allora Lia si era chiusa.
Non per paura, ma per lucidità.
Aveva capito che la libertà più grande richiede il prezzo più alto:
essere soli.
Perché chi è veramente libero,
non appartiene.
E chi non appartiene,
non viene riconosciuto.
Così Lia camminava nel silenzio che solo chi ha visto troppo conosce.
Un silenzio affilato, che non consola.
Un silenzio che non ti lascia scappare da te stessa.
Eppure,
era lì che finalmente,
iniziava a sentirsi vera.
Divorata dal silenzio, Lia continuava il suo viaggio senza meta, cantando in mezzo alle strade, fregandosene di quello che potevano pensare i passanti:
"Lo sento scorrere… lento.
Nelle orecchie, un sibilo acuto, costante.
Un rumore che non fa rumore,
ma lacera.
Mi tengo stretto il petto,
mentre le mani tremano.
I miei pensieri…
neri come pece,
mi assalgono.
Non riesco a scappare.
Non riesco a scappare."
Si sentiva maledettamente sola.
"Urlate.
Voci del nulla,
eco svuotato di senso.
Tagliatemi.
Sporcatevi di sangue.
Gridate.
Senza più poter udire."
Gridava, come avesse perso il senno.
"In una marea di sentenze sputate
dall’ignoranza del sapere,
scavate il vostro tunnel di morte.
Soli.
"Statue di pietra senza volto,
soffocate nel silenzio,
cercate i frammenti
di un riflesso sbagliato.
Ma trovate solo aghi sporchi
e vecchi ricordi,
che puzzano di rimpianto e plastica bruciata."
Poi indicava l'orizzonte e continuava a intonare con paroli crude e taglienti:
"Ed è come se il tempo
si fosse fermato.
Dondola.
In bilico tra ora e mai."
Dentro di se però c'era una voce, che aveva un nome: Solitudine.
Quella vera.
Non quella di una stanza vuota.
Ma quella che provi in mezzo alla folla.
Quando ti accorgi che nessuno ti vede davvero.
Quando ti rendi conto che puoi anche urlare,
ma nessuno sa ascoltare.
Ed è proprio allora che senti la differenza.
La linea sottile tra solitudine e libertà.
Una lama che taglia in due ogni giorno.
Da un lato il dolore crudo di non appartenere a nulla.
Dall’altro… la vertigine sublime di non appartenere a nessuno.
Libera.
Ma sola.
Lia iniziò a parlare da sola, tanto nessuno si prestava di lei...
"Una volta desideravo compagnia.
Desideravo approvazione.
Desideravo occhi che sapessero riconoscermi.
Ora so chi sono.
Ma sono diventata invisibile."
E si rispondeva anche:
"Perché se tu ti conosci davvero,
ma gli altri ancora si aggirano nel buio
dei propri non-detti e delle proprie finzioni,
tu diventi un’antenna impazzita
che riceve ogni frequenza
ma non riesce a trasmettere."
Poi iniziò a ridere rumorsamente... e mormorò tra sè e sè:
"Posso vedere tutto.
Capire tutto.
Sentire ogni vibrazione, ogni crollo, ogni menzogna.
Ma nessuno vede me.
Nessuno sente me.
Non c’è linguaggio,
non c’è traduzione possibile
per ciò che sono diventata."
e continuava a parlare ore e ore...
"Mi sento a metà anche se sono intera.
Come un’opera lasciata incompiuta.
Sono l'artista e la mia stessa creazione.
Sono stata come una scultura rotta in due.
Come ossa fratturate che non hanno mai avuto il tempo
di guarire davvero.
E ora che ho trovato il tempo
Ora che sono intera, sono comunque sola."
Eppure…
anche così
cammino.
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