Capitolo 26: Atipica – L’artista incompleta
L’alba non era ancora piena, ma nemmeno più notte.
Un chiarore incerto avvolgeva la città, di quel colore lattiginoso che non è né grigio né rosa, un respiro rarefatto che sembra trattenere tutto: suoni, odori, pensieri.
Lia camminava scalza su un marciapiede umido, i passi morbidi e leggeri come piume bagnate. I suoi capelli sciolti ondeggiavano nell’aria ferma, portando via con sé gli ultimi sogni della notte.
Portava un vestito largo, tinto a mano, stracciato in fondo come un sipario che ha visto troppi atti.
Sulle dita, i resti di vernice secca. Sotto le unghie, ombra di blu oltremare.
Camminava come se stesse attraversando un palcoscenico invisibile, con la certezza fragile ma indiscutibile di essere l’unica viva in un mondo addormentato.
Attorno, le persone si muovevano come marionette col filo allentato: occhi persi nei telefoni, visi piatti, andature rotte. Nessuno guardava il cielo. Nessuno respirava davvero.
Lei sì.
Lei, sempre troppo sveglia.
Era proprio in quel momento, mentre assaporava l’aria come fosse una poesia silenziosa, che un uomo si avvicinò.
Un passante qualunque.
Giacca troppo stretta, sguardo impastato di fretta, passo da ufficio.
“Mi scusi… Sa dov’è la stazione?”
Lia si fermò. Lo guardò dritto negli occhi. Ma non con lo sguardo semplice del rispondere. No.
Lo guardò come se la domanda fosse: "Chi sei?"
E poi, senza pensarci troppo, rispose con una domanda che era anche una ferita:
“Tu lo sai dove stai andando?”
Lui la fissò per un secondo, il volto inebetito, come se avesse appena sentito un dialetto alieno.
Poi, scrollando le spalle e ridacchiando sotto voce, disse:
“Tu sei pazza.”
Ci fu un silenzio.
Di quelli che si aprono come crepe nel cemento del tempo.
Lia sorrise. Ma non era un sorriso gentile. Era un sorriso ampio, teatrale, tragico e meraviglioso.
Fece un passo indietro.
Si voltò verso la strada vuota e, come se fosse comparsa una musica immaginaria dal nulla, alzò le braccia al cielo e iniziò a danzare.
Una danza fluida, sincopata, isterica e sensuale.
Girava su se stessa come una bambina, si piegava come un ramo spezzato.
Cantava parole sussurrate e gridate.
Con la voce impastata di malinconia, con gli occhi pieni di stelle e fango.
E fu allora che cominciò la sua risposta vera.
"Preferisco definirmi creativa." - e iniziò a cantare come se fosse in un musical.
Il passante era rimasto immobile.
La guardava come si guarda qualcosa di troppo intenso, di troppo colorato in un mondo pastello.
Forse impaurito.
Forse… toccato.
Ma non lo avrebbe mai ammesso.
E continuò con lo spettacolo...
"Mi hanno sempre detto che ero diversa, come se fosse una colpa.
Ma non mi sono mai sentita sbagliata.
Solo... troppo.”
Aveva un pennello in mano. Consumato. Le setole ormai disordinate, impregnate di colori che avevano visto ogni stagione del suo umore. Il pavimento era il riflesso della sua mente: caotico, pieno di schizzi, di macchie, di tentativi. Uno straccio abbandonato, i capelli raccolti in fretta, sporchi di vernice. La musica che accompagnava ogni gesto era la sua voce interiore, a volte bisbigliata, altre urlata. Ma sempre viva.
“Smania di essere tutto. Di essere la più. Di sentirmi speciale, unica. Mi hanno fatto credere che il mio desiderio di distinzione fosse arroganza. Ma non lo è. È fame. È fuoco.
Ho sempre dato troppo, ho voluto troppo, ho inseguito troppo. Ma era davvero troppo?
O era solo il mondo ad essere troppo poco?”
Si osservava, spesso, come si osserva un personaggio su un palco, in cerca di approvazione, ma sapendo di non poter ricevere mai quella giusta. Quella vera. La più sincera.
“Nella mia arte, ho sempre trovato emozione, mai metodo. Forse per questo mi hanno sempre definita incompleta. Ma l'incompletezza è anche possibilità. È movimento. È non finire mai, continuare a cercare.”
Il problema, capiva ora, non era il talento. Era il non saper scegliere.
Canto, pittura, poesia, teatro, musica, scrittura — li voleva tutti. Tutti suoi.
Eppure nessuno era diventato un’àncora.
Troppo fuoco per una sola direzione.
Troppa anima da comprimere in una sola forma.
“Per questo mi definisco artista incompleta. Perché sono intera nel frammento. Completa nel mio disordine.”
L’amore? Anche lì, la distruzione era un’arte.
"Volere troppo", e non sapere smettere.
Lasciare che il cuore esplodesse per poi raccoglierne i pezzi,
e usarli come pigmenti per nuovi quadri dell’anima.
“Mi dicono: sei eccentrica, sei folle, sei teatrale.
Ma io sono solo libera.
Sono arte.
E il mio corpo è la mia tela."
"io sono autentica, signor mister nessuno. Copia di una copia di una copia...” -gridava.
Ogni abito, ogni trucco, ogni piercing, ogni tatuaggio, ogni colore nei capelli era un capitolo.
Un frammento del diario emotivo che portava sulla pelle.
La sua nudità non era esibizione: era verità nuda.
Era la sfida dolce e feroce alla superficialità, alla mediocrità.
“Mi hanno chiamata ‘facile’ solo perché non mi vergogno del mio corpo.
Ma io in mostra metto l’anima, non la carne.”
Il suo silenzio era tempesta, i suoi sorrisi — misteri.
“I miei ‘periodi blu’ sono il mio modo per ricaricarmi, per riprendermi la pelle che il mondo tenta ogni giorno di strapparmi. Eppure…
mi chiamano ‘vittimista’.
Mi chiamano ‘debole’.
Mi chiamano ‘pazza’.
Ma la verità è che la mia fragilità è la mia arte più grande.”
Lia si fermò.
Si chinò con grazia e, come in una scena finale di un musical immaginario, lo guardò dritto negli occhi e disse, con tono ironico eppure luminoso:
“Ecco. Ora sai dove andare.”
Lia alzò gli occhi.
Parlava a nessuno e a tutti.
Forse al passante che era già andato via.
Forse a sé stessa di dieci anni fa.
Forse al mondo intero.
Non si era accorta che erano già passati 8 anni dall'inizio del suo cammino...
“Nel mio caos ho trovato la mia casa.
Nel colore la mia fede.
Nel disordine la mia identità.”
E così, finalmente, capì.
Che non doveva essere capita per esistere.
Doveva solo essere.
E il mondo, forse un giorno, avrebbe imparato a leggere anche i linguaggi senza grammatica,
a capire le poesie dissonanti,
a riconoscere la bellezza che non si lascia incorniciare.
Poi si voltò, ridendo, e riprese a camminare,
mentre dietro di lei il cielo finalmente si apriva.
Una pennellata di luce dorata colava sull’asfalto,
e il mondo — forse — si svegliava un po’.
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