Capitolo 25 - The end of the beauty of it all

Lia camminava senza meta, trascinata da una forza invisibile che la spingeva sempre più lontano dalle rovine che aveva appena lasciato. Ogni passo la separava dal teatro, ma anche da una parte di sé che non avrebbe mai potuto recuperare. La città era silenziosa, le strade vuote e le luci dei negozi che sembravano guardarla con disprezzo, come occhi che non si sforzavano neanche più di nascondere il loro giudizio.

Si era allontanata dalla folla che l'aveva svalutata, ma dentro di lei c’era una solitudine che non poteva sfuggire. Aveva cercato di riempirla con altro: affetto, compagnia, amore... ma ogni incontro era stato una sfida, una delusione, un incontro con l’indifferenza mascherata da attenzione, ma che in realtà le mostrava quanto vuoti fossero quegli altri, quanto assente fosse la loro capacità di vedere e riconoscere il dolore che lei portava dentro.

Incontrò prima lui: l'egocentrico. Parlava solo di sé, dei suoi successi, delle sue conquiste. Lia non riusciva nemmeno a prendere parola, come se fosse stata intrappolata in una prigione costruita da storie che non la riguardavano. Non c’era spazio per lei, per i suoi sogni, per le sue paure. Lui rideva, sicuro di sé, ignaro di quanto il suo ego fosse una prigione dorata, capace di allontanare ogni possibilità di vera connessione.

Poi incontrò l'immaturo, che le sorrise con il candore di chi non ha ancora capito che il mondo è fatto di responsabilità. Ogni sua parola sembrava una promessa di felicità, ma lei sapeva che dietro quegli occhi pieni di speranza si celava solo una fuga, una ricerca di piacere che non sarebbe mai stata in grado di reggere il peso della verità. Aveva bisogno di qualcuno che fosse pronto a lottare, ma lui era solo pronto a scappare.

Il terzo incontro fu con l'evitante. Si nascondeva dietro il suo muro, incapace di amare senza paura, incapace di mostrarsi vulnerabile. Lia gli aveva dato tutto ciò che poteva, ma non riusciva a fargli abbattere le barriere che aveva costruito tra sé e il mondo. E così, mentre si allontanava, sentiva crescere dentro di sé il dubbio: "Ma forse è colpa mia, forse sono io a non saper amare abbastanza."

Poi arrivò il manipolatore. Lui la guardava con occhi affamati, ma non di lei, di ciò che poteva ottenere da lei. Le parole che le sussurrava erano dolci, ma più entrava in lui, più si rendeva conto che non si trattava di amore, ma di controllo. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni piccola attenzione, erano manovre per tenerla legata a lui, per farla sentire importante, ma solo per il tempo che le serviva per costruire la sua illusione. Lia si sentiva sempre più piccola, incapace di vedere se stessa per ciò che era veramente.

E infine, c’era lui. Il narcisista. L’uomo che si specchiava continuamente nel suo riflesso, che si nutriva della sua bellezza e del suo fascino come se fossero la cosa più importante al mondo. Lia si sentiva svuotata ogni volta che lo guardava, come se stesse donando parte di sé per arricchire la sua vanità. Lui non era capace di vedere oltre il suo corpo, oltre le sue parole, oltre i suoi gesti studiati. Amava solo se stesso, e non c'era posto per lei nel suo mondo.

Ogni incontro l’aveva fatta sentire più piccola, più invisibile. Si chiedeva se fosse colpa sua, se stesse cercando amore nei luoghi sbagliati. Forse doveva essere più di ciò che era, forse doveva meritare di essere amata. Ma si fermò un attimo, si guardò dentro. E in quel momento, davanti al riflesso di una vetrina vuota, le sue emozioni si scatenarono.

Era solo un riflesso. Lei, fragile, spaventata, ma incredibilmente forte. Non poteva continuare a cercare qualcosa che non sapeva nemmeno di poter dare. Aveva cercato negli altri quello che non riusciva a dare a se stessa. L’amore. Non quello che gli altri le avevano promesso. Non quello che cercava disperatamente in tutti quei volti. Non quello che aveva visto negli occhi dei suoi incontri. No. Doveva imparare a guardarsi. A vedersi. Accettarsi finalmente per tutto ciò che era.

Non era colpa sua se quegli uomini non avevano mai avuto abbastanza per lei. Non era colpa sua se non riuscivano a vedere ciò che lei aveva da offrire. Il vero amore non era fatto di aspettative, di illusioni, di manipolazioni. Il vero amore nasceva da dentro, da quella forza che, una volta riscoperta, diventava il motore per andare avanti, nonostante tutto.

E Lia si sentiva libera. Una libertà che non dipendeva da altri, ma dalla consapevolezza che l’amore più grande era quello che poteva offrire a se stessa.

La città sembrava sospesa in un tempo che non apparteneva più a nessuno. I lampioni proiettavano ombre fragili sui marciapiedi screpolati, e l’aria odorava di pioggia non caduta, come se anche il cielo fosse stanco di crollare. Lia camminava piano, con lo sguardo fisso davanti a sé, ma senza una vera meta. Non c’era più un posto dove andare. Non c’era più un progetto da rincorrere, un ideale a cui sacrificare sé stessa. Non c’era più nessuno ad aspettarla.

Il Progetto Kairos, che un tempo le era sembrato come un faro nel buio, ora le appariva come un’eco lontana, svuotata di senso. Aveva creduto che quell’esperienza l’avrebbe guarita, che avrebbe trovato delle risposte, forse addirittura un senso. Ma ora che aveva attraversato tutte le stanze dell’anima e rotto ogni specchio che la separava da sé stessa, si sentiva nuda, stanca e... sola. Drammaticamente, irrimediabilmente sola.

Pensò: “Voglio solo tornare a casa.”

Ma quale casa?
Dove?
Le venne un nodo alla gola.

Lia si fermò all'angolo di una strada dimenticata dal mondo. Le saracinesche abbassate, le insegne spente, qualche riflesso tremolante nelle pozzanghere che sembravano finestre su un altrove. In quel silenzio disordinato, capì con una chiarezza tagliente che una casa, davvero, non ce l’aveva. Non esisteva un posto nel mondo dove potesse abbandonarsi, dove potesse semplicemente essere, senza dover dimostrare, rincorrere, sacrificare.

Il pensiero la piegò. Le gambe si fecero fragili, quasi volessero inginocchiarsi al peso di quell’ammissione. Si sedette su uno scalino, in mezzo al nulla, con il cuore sbriciolato come pane secco.
Frugò nella borsa, cercando qualcosa che non sapeva neanche lei. Tirò fuori un foglio stropicciato, nero, pieno di parole che aveva scritto in un momento di verità cruda. Una poesia. La sua.

“Affondo in un triste silenzio caotico.
Pensieri in ordine sparso su un foglio nero come il vuoto che fa male.
Stessi luoghi asettici,
in un’anima di tumulati
pensieri vaneggianti,
nell’aria pesante.
Erranti.

La rilesse ad alta voce, con voce rotta. Ogni verso sembrava parlare direttamente da dentro il suo petto. Quelle parole erano sangue, carne, stanchezza. Erano specchio della sua anima esausta. I “luoghi asettici” erano le stanze della sua mente, fredde e immobili. “Erranti” era ciò che lei era diventata: un’anima che vagava senza direzione, senza terra, senza approdo.

“So benissimo di cosa si muore quando non si riesce più a vedere...”

E lì il respiro si interruppe. Il dolore si fece feroce, una lama affilata. Il non vedere più… cosa? La bellezza? Il futuro? Se stessa? L’amore? Sì, tutto. Era come se il mondo si fosse spento lentamente e lei non se ne fosse accorta fino a quel preciso istante.

“L’anima, la vendi solo al diavolo, in cambio di cenere per nutrire il vuoto che nessuno può colmare.”

Le parole le si piantavano addosso come chiodi. Aveva barattato parti di sé in cambio di una promessa di senso, di appartenenza, di amore. Aveva dato, offerto, sacrificato… e ora aveva solo cenere. Nulla che potesse nutrire il cuore. Nulla che potesse lenire la mancanza di un posto da chiamare casa.

“Tanto lo sapevate tutti. La parata del caos nasce sopra a un carro di fiori e il cielo non piange.”

Gli altri lo sapevano. Tutti. Che dietro l’apparenza, dietro la ricerca spirituale, le esperienze intense, i voli simbolici, c’era solo caos. E un carro di fiori, bello sì, ma che portava verso il nulla. Non c’erano lacrime nemmeno nel cielo. Tutto era fermo. Tutto era già deciso.

“Ti regalerei un pezzo di me
mentre tutti danzano e la musica
suona con i petali la nostra marcia funebre.”

Lia chiuse gli occhi. Quel “pezzo di me” era tutto ciò che le restava. E nessuno lo aveva voluto davvero. La sua parte più autentica, fragile, vulnerabile... era stata ignorata, svalutata, dimenticata. E adesso... la musica era finita. Rimaneva solo una melodia triste, quella che il vento soffiava sulle vetrine rotte e sulle anime sfinite.

Si alzò lentamente. Le ginocchia rigide, le ossa stanche, ma qualcosa in lei — minuscolo, impercettibile — aveva resistito. Una scintilla. Forse il solo fatto di ammettere la verità era già un passo. Un seme. Forse, proprio in quella nudità totale, si poteva ricominciare. Non c’era una casa, è vero. Ma forse… poteva cominciare a costruirla dentro. Un rifugio silenzioso dove non doveva più chiedere il permesso per essere.

Lia si voltò. Le strade erano sempre vuote, ma ora la notte la avvolgeva come un abbraccio, non più come un abbandono. Camminava senza sapere dove, ma non importava.
Non cercava più salvezze, né risposte.
Cercava pace.

E, lentamente, iniziava a trovarla. 

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