Capitolo 24- Crash in white noise: amare o distruggersi?

Capitolo 24: Crash in white noise - Amare o distruggersi?

Il portone del teatro si richiuse alle spalle di Lia con un tonfo sordo, come un cuore che smette di battere.

Aveva lasciato dietro di sé un luogo che l'aveva accolta solo per schiacciarla, per metterla a confronto con la parte più sterile dell'essere umano: l'invidia, la competizione, l'arroganza camuffata da successo. Quella sera, sul palco, la sua voce non era stata ascoltata. Era stata giudicata, ridotta a numeri, a performance, a una caricatura di ciò che era.

Non più nel kairos, ma nell'ora nuda e cruda del tempo cronologico, Lia attraversava le strade della città senza sapere dove stesse andando. Il suo unico intento era trovare qualcuno, qualcosa, una traccia d'amore che potesse ancora salvarla da quel senso di vuoto che si era aperto nel petto. Aveva bisogno di essere amata. Ma l'amore, si sa, è spesso più assente nei luoghi in cui lo si cerca con più disperazione.

Il primo incontro fu con un uomo dallo sguardo pieno di sé.

Un egocentrico affascinante, un sole che brillava solo per se stesso. Lui parlava, parlava tanto. Di quanto fosse intelligente, di quanto il mondo lo invidiasse, di quanto fosse raro trovarne uno come lui. Lia tentò di raccontarsi, ma ogni volta che apriva bocca, lui trovava il modo di riportare l’attenzione su di sé. Dopo giorni di monologhi che non le appartenevano, Lia si alzò da quel tavolo e se ne andò, senza che lui se ne accorgesse.

Poi venne l’immaturo. Pieno di energia, sogni e promesse. Ma incapace di reggere qualsiasi responsabilità. Diceva di amarla, ma scappava ogni volta che le cose diventavano vere. Un giorno le mandava canzoni d’amore, il giorno dopo spariva. Lia si sentiva sulle montagne russe, sballottata tra picchi di dolcezza e crolli di assenza. Quando lui le disse che era troppo seria, Lia sorrise amaro e non rispose: dentro, qualcosa cominciò a spezzarsi.

L’evitante arrivò come una brezza d’autunno. Silenzioso, calmo, distante. Lia cercava di avvicinarsi, ma lui poneva barriere invisibili, parlava poco, lasciava intendere molto e poi ritraeva la mano. Non era cattivo, solo incapace di affrontare la vicinanza. Lia si sentiva un errore, una richiesta di troppo, una presenza da gestire. Quando gli chiese: “Cosa provi per me?”, lui disse: “Non lo so”. Fu il punto finale.

Poi arrivò il manipolatore. Dolce, attento, premuroso. All’inizio. Lia si sentiva finalmente capita. Ma poi lui cominciò a farle dubitare di se stessa, delle sue parole, della sua memoria. Le diceva che esagerava, che era troppo sensibile, che si inventava i problemi. Lia iniziò a chiedersi se fosse lei il problema. Quando una sera, in lacrime, gli disse: “Mi sento sempre colpevole con te”, lui rispose: “Perché forse lo sei”. E Lia seppe che doveva scappare.

Infine, il narcisista. L’amore-bomba, l’idealizzazione iniziale. Lia era un miracolo, un dono, una musa. Poi, l’indifferenza, il vuoto. Ogni emozione era manipolata, ogni fragilità usata come arma. Lia divenne un riflesso sbiadito, un contenitore da svuotare. Quando provò a ribellarsi, lui la fece sentire ingrata, ingrata dell’amore che diceva di averle dato. Ma quello non era amore.

E fu così che Lia si ritrovò sola.

Camminava nelle strade vuote della città, tra le vetrine illuminate e i marciapiedi deserti. Si fermò davanti a un vetro, e per la prima volta da mesi, si guardò davvero. I suoi occhi erano cerchiati, ma profondi. La bocca tremava, ma era ancora capace di parlare. Si sedette sul bordo del marciapiede e cominciò a pensare, a parlarsi. A dire a voce alta tutto quello che aveva taciuto.


L'inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi, e così iniziò a scrivere tutto quello che le passava per la testa, per non dimenticare, per non dimenticarsi. 

Puntura, malattia, implosione, amore, crollo, attacco, depressione, guarigione... La linea del tempo comincia quando iniziamo ad innamorarci.

LOVE IS A WEAPON OF MASS DESTRUCTION OR RECONSTRUCTION.

L’amore, quello vero, non è altro che distruzione.

Se guardi negli occhi qualcuno e gli dai tutta te stessa, il tuo riflesso svanisce. Ti resta solo un'ombra che ti vendono come "felicità", ma è chimica.

Non esiste chi è forte o debole, solo diverse sensibilità. Sensibilità che nasce da quanto il tuo animo è aperto al mondo.

L'amore è il primo passo verso un suicidio mentale: una carezza che ti taglia, un bacio che avvelena, un abbraccio che ti stringe troppo e ti spezza.

Solo i folli possono amare, immersi in parole che scivolano nel silenzio.

Cercavo la definizione di "amore" su un dizionario: Affetto intenso, fortemente radicato per qualcuno o qualcosa.

Allora anche un'illusione può essere amore. Si può amare un'idea, un'immagine. Si può amare non amando.

Io amo tutto ciò che si scioglie. Perché va via prima che possa farmi del male. Quel dolore lento e profondo diventa un nido. E poi casa.

Tutte le persone si esaltano nell’amore. Io, invece, sto male. Alimentavo il mio dolore facendomi del male involontariamente.

Odio provare affetto. Non so amare senza idealizzare. Non so amare a lungo termine. Non so voler bene a me stessa.

Il mio modo d'amare è una riga tratteggiata fatta con il sangue su carta di riso. Sembra dritta, ma salta tratti. È tutto o niente.

Un equilibrio mi disarma. Mi toglie la libertà.

Qualcuno ha assorbito il mio amore come un buco nero. O forse io sono il buco nero. Un ossimoro vivente.

Non voglio essere vista. L'egoismo è una forma d'amore. O forse è odio che urla per essere amato.

Il cuore batte così forte che sembra voler esplodere.

L'istinto malato di aver cura dei giocattoli rotti mi ha distrutta. Chi soffre e non accetta, morde. E io non posso abbracciare e difendermi allo stesso tempo.

Se tengo una spada in mano e con l'altra abbraccio, me la ritrovo infilata nel petto.

Ora basta.

Il genocidio delle emozioni deve finire.

L'amore deve essere per se stessi. Chi si ama, può amare.

Il mondo cambia quando due si riconoscono e hanno il coraggio di essere liberi insieme.

La lama è puntata verso l’esterno. Possiamo abbracciarci senza ferirci.

Abbracciamo le nostre sofferenze. L'amore è la cura, la rabbia la causa.

L'amore elemosinato non è amore. L'unico egoismo accettabile è quello verso se stessi. Quel sano egoismo che ci rende forti abbastanza per amare gli altri senza soccombere.

Io merito qualcosa che brilli come brillo io.

La sofferenza è così pura che attira. Ma non voglio più vivere dentro di essa.

Sono stanca di gente che resta indifferente al dolore. Non sono più una crocerossina. Ora sono una guerriera.

Amare fino a distruggersi. O amare per rinascere?

Possesso o amore vero?

Le strade del mondo normale erano fredde, scolorite.
Qui nessuno leggeva lo sguardo, nessuno ascoltava i silenzi.
Ogni sorriso era di plastica. Ogni carezza, condizionata.
Iniziò a camminare tra persone piene di solitudine e gusci chiusi, cercando qualcuno che la amasse… ma trovò solo specchi rotti, riflessi frammentati della propria disperazione.

"La solitudine di un amore disperato, attaccato a un filo rotto.
Un ago sospeso e dondolante taglia la luce.
La nebbia si fa sangue e copre gli occhi.
Il dolore è la compagnia del silenzio.
Il tempo dondola… ma è fermo."

Fu lì che iniziò l’autopsia del cuore.
Un’analisi spietata. Cruda. Senza anestesia.

Scavò.
Trovò ferite che non sapeva di avere.
Trovò l’eco di amori chiamati così solo perché bruciavano.
Trovò attaccamenti spacciati per affetto.
Dipendenze emotive scambiate per passione.
Ossessioni travestite da romanticismo.
Possessioni dipinte come cura.

E comprese: tutto ciò non era amore.

Era bisogno. Era fame. Era mancanza di sé.
Una corsa cieca verso qualcosa che le colmasse il vuoto.
Una forma sofisticata di autodistruzione vestita da tenerezza.

L’amore, quello vero, non aveva mai bussato davvero.
Perché lei, in fondo, non era mai stata davvero a casa.

“L’amore vero non può arrivare se non hai costruito un rifugio dentro di te.”

Ogni amore era stato un campo di battaglia.
Ogni relazione, un patto tossico tra chi soffriva e chi si lasciava salvare.

E ogni volta che Lia cadeva, nessuno la raccoglieva.

Si era abituata a colmare voragini altrui per non guardare le proprie.
Aveva confuso la compassione con la dipendenza.
Aveva scambiato il bisogno di essere amata con l’amore.
Ma ora sapeva: non si salva chi non vuole essere salvato.

“Io amo tutto ciò che si scioglie, perché va via prima di ferire davvero.” si ripeteva tremando in un angolo nascosto della città.
Un dolore lento è peggio di una coltellata:
scava, si fa nido, diventa compagno di vita.
E poi lo si chiama amore.

Ma non è amore. È assuefazione.
E quella sottile dipendenza dal dolore la faceva sentire viva.
Più viva di chi si accontentava di amori tiepidi, di amori automatici.

Chi ama troppo è destinato a soffrire.
Ma è anche più vivo di tutti gli altri.

“Amare è come gettarsi in un vuoto senza sapere se sotto c'è un materasso o l’asfalto. Chi lo fa davvero è raro. Ed è una condanna e un miracolo allo stesso tempo.”


Lia si osservò per la prima volta.
Nuda, fragile, arrabbiata, ma viva.
Capì che non avrebbe più elemosinato amore.

Non avrebbe più lasciato che il proprio cuore diventasse un contenitore di dolore altrui.


Non avrebbe più lasciato che il proprio cuore diventasse un contenitore di dolore altrui.
Non era più una crocerossina.
Non era più una bambina.
Era una donna che aveva conosciuto il lato malato dell’amore e aveva scelto di guarire.

“L’amore deve cominciare da sé. Chi si ama può amare chi si ama. Solo così si può risplendere in due.”

Il vero amore non è bisogno.
È libertà.
È presenza.
È restare anche quando l’altro è un uragano.

Lia si sedette su una panchina sporca nel mezzo di un mondo troppo veloce.
Sentì il cuore battere come se volesse scappare dal petto.
Ogni battito era un grido: “Amami.”
Ma a chi? A chi aveva delegato il diritto di amarla?


E poi la vetrina si ruppe all' improvviso, come se il Kairos fosse intervenuto in suo aiuto per interrompere quel flusso di pensieri caotici e poi fece un salto nel vuoto. Evoluzione. Oltre la vetrina e i suoi cocci.

 Crash in white noise.

Uno schianto dentro il rumore bianco della mente.
Un blackout emotivo.
Una resa.
E una rinascita.

Perché c’è un momento in cui la guaritrice si stacca il camice,
guarda la propria pelle ferita,
e decide di curare la propria.

“Non si regala oro a chi non dà acqua alla propria pianta. il mio amore è globale. Ma l’egoismo altrui, no.”

Chi ha paura di amare, ferisce.
Chi ha paura di sé, distrugge chi lo ama.
Ma chi ha il coraggio di affrontarsi, sa costruire.

Lia si rialzò. Il riflesso nella vetrina la guardava con occhi diversi ora. Non cercava più approvazione. Non chiedeva amore. Aveva deciso di scegliersi.

E mentre la notte scendeva, ad avvolgere la città, un senso nuovo di pace si fece strada dentro di lei.

Camminava da sola, ma non si sentiva più sola. Perché finalmente, Lia aveva capito che l'amore vero non è questione di merito, ma di libertà.

E chi ama davvero non ti chiede di essere meno, ti chiede solo di essere.

Come sei.

Intera.

“L’amore elemosinato non è amore. L’unico egoismo che si accetta è quello verso sé stessi: quello che ci salva dal diventare specchi rotti, che ci fa essere rocce, non zavorre. Solo chi si ama può davvero amare.”


Lia camminava ora senza cercare nessuno.
Non aspettava salvezze.
Aveva lasciato andare l’illusione romantica.
Aveva smesso di volersi rompere per amore.

Non era più una linea tratteggiata su un foglio di sangue.

Era una linea piena.
Forte.
Che ora sapeva stare sola,
per poter un giorno, scegliere di stare con qualcun altro.


Commenti

Post popolari in questo blog

Capitolo30: Inizio -finale-

Capitolo 18 - Verità / Loop

Capitolo 28 - Benvenuti nel mio mondo