Per capire il mio mondo, bisognerebbe avere cento occhi. - e io li ho, noi li abbiamo -
Abbiamo la vista per cogliere solo la punta di ciò che nascondiamo.
E tutto ciò che nemmeno noi vediamo,
sono le radici che ci hanno nutrito finora.
Siamo tutto e nulla, al tempo stesso.
La stanza dove vivo è piena di rumori, un vortice caotico di suoni e voci che sembrano travolgere ogni cosa, eppure al suo interno non c’è nulla. Solo anime sole, perse nel paese delle fissazioni, che si dibattono in un tempo remoto, dove i sogni si consumano prima ancora di nascere.
Lia guardò quelle sue altre versioni, ognuna intrappolata in delusioni e speranze infrante. Delusioni che bruciano come fuoco freddo: scoprire che non importa quanto si sia intelligenti, speciali o migliori — il mondo spesso premia la maggioranza, il più forte nel rumore, l’indifferenza. E lì, in quella verità amara, non c’è molto da fare. Il mondo funziona così, e bisogna accettarlo o perdersi.
Un vuoto inappartenente si fece strada dentro di lei, un senso di inquietudine che la divorava, mentre il mondo fuori le lanciava schiaffi dopo schiaffi. Lia correva, sommersa da un mare di pensieri troppo stretti per lasciarla scappare, come gabbie invisibili. Così continuò a recitare:
Siamo inchiostro evaporato.
E nessuno può più leggerci.
La dolcezza, fragile e sfuggente, le scivolava via dalle mani, mentre le lacrime le bagnavano i capelli, lievi come pioggia d’autunno. Sopra pagine strappate e sparse, scrivevano storie troppo lunghe, piene di pause e silenzi. Ogni parola, un peso, ogni frase un colpo al cuore.
Avevano un bisogno urgente: prendere aria, togliersi il respiro, liberarsi.
Volavano.
Cadendo.
Morendo per vivere.
Lia chiuse gli occhi, sentendo la pesantezza di quella scena ma anche una scintilla di consapevolezza. Forse quella delusione effimera non era la fine. Forse era solo un’altra porta, un altro passo verso qualcosa di vero.
Lei era stata contemporaneamente la spettatrice silenziosa e l’attrice fragile sul palcoscenico: l’unica a conoscere davvero ogni sfumatura di quel dramma interiore. Ma mentre la sua recita si consumava, qualcosa cambiò nell’aria. Gli spettatori, inizialmente versioni sfocate e mute di se stessa, cominciarono a prendere forma, a diventare reali, concreti. Le loro figure si fecero nitide, i loro occhi penetranti, i loro sguardi carichi di giudizio.
Questi nuovi spettatori non erano più semplici riflessi, ma persone vere. Volti severi, con labbra piegate in smorfie di disprezzo e occhi che non nascondevano nulla se non crudeltà. Cominciarono a mormorare, prima a bassa voce, poi con una crescente freddezza, lanciando parole come frecce appuntite. Ogni loro sussurro sembrava pesare come una pietra sul cuore di Lia, che sentiva il terreno sotto i piedi farsi sempre più instabile.
Le risate cattive, le derisioni, le parole umilianti si fecero un coro aspro e opprimente che risuonava nella stanza, spezzando il fragile silenzio di quel momento di intimità. Quei volti, una volta indistinti, ora erano implacabili carnefici della sua anima. Le mani invisibili del giudizio si stringevano intorno a lei, spingendola verso il vuoto, trascinandola giù in un baratro di vergogna e dolore.
E poi, come un’ombra ancora più oscura che calava sulla scena, arrivò lui. Un uomo dallo sguardo freddo e disprezzante, con il passo pesante e deciso. Senza una parola, senza alcuna pietà, spinse Lia via dal palco con un gesto rude, come si allontana un oggetto inutile. I suoi occhi non lasciarono spazio a dubbi: lì non c’era posto per lei.
Poi, volgendo le spalle a Lia, iniziò ad applaudire alla folla, invitandoli a unirsi a lui. Gli applausi si trasformarono in un’onda travolgente di scherno e disprezzo, una pioggia di frecce acuminate che colpiva Lia proprio nel cuore.
Lia, sopraffatta dalla morsa della vergogna, scappò via, i singhiozzi le strozzavano la gola, le lacrime le rigavano il volto. Fuggì dal palco, da quegli occhi crudeli, da quella folla che aveva tradito il suo bisogno più profondo: essere vista e accettata.
Ma dentro di lei, nel buio della sua fuga, una scintilla di resistenza ancora tremava. E quella scintilla, anche se nascosta sotto le lacrime, era il germoglio di una nuova lotta per ritrovare se stessa.
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