Capitolo 22 -Mr. Nulla

 Lia varcò un’altra porta, diversa da tutte le altre. Non era più una ragazza con una storia, un’identità o un passato. Ora non era più nessuno.

Davanti a lei si stendevano scale sottili, sospese nel nulla in un vuoto fitto e silenzioso che sembrava inghiottire ogni respiro. Nessun suono, nessuna luce, solo un abisso di una galssia cristallina e infinita in mezzo a un punto fermo nell'universo.

Era entrata nel cuore stesso di Kairos: il codice sorgente, il nucleo primordiale dove tutto si crea e si dissolve.

Qui, tra quelle scale fragili e incantate, Lia poteva riscriversi dal nulla.Ogni passo era un bivio, ogni respiro un’opportunità. Nel vuoto, il potere di ricostruire se stessa.Nel nulla, la promessa di rinascere.

Decaduti, insistenti sogni morti,
mai esistiti, tristi sguardi —
vuoto di parole.
Spirale di confusione,
morte morte morte.

L’ispirazione sale con l’assenza di felicità.
Drogata del dolore, innamorata di emozioni cremisi.
Non sento il cuore battere.

C’è una piccola “me” dall’altra parte,
la osservo intrappolata in uno specchio di ghiaccio.
Salvando me stessa imprigionata in un riflesso,
cadendo dagli sguardi, senza mai guardarti.

Aiuta il mio cuore sanguinante,
Senza amore.
Senza amore io lo vedo, io vedo il nulla.

Voglia di confondere l’ordinario,
voglia di ordinare la confusione.

Quando la notte arriva
e mi osserva nel buio compiere le mie mosse,
cauta in silenzio mi abbraccia piano.

La disperazione mi spinge via, come un’onda,
dalla strada illuminata,
è lei che mi guida, è lei che mi ha fatto giungere fin qui.

Guardati gli occhi, cerchi l’affetto con ogni gesto e io scappo.
Io ti capisco,
ti vedo,
t’intravedo.

Buio bloccato.
Mancanza di tutto.
Pienezza di vuoto.

Abbandono al destino, se c’è un destino.
Collasso.
Tristezza. Amarezza.

Non c’è nulla qui.
Non c’è nulla qui.
Non c’è nulla qui.
Non c’è nulla qui.

Vorrei strapparmi via la pelle.

Tutto ha un ordine sparso dentro di me.

Come una lama di luce al neon, vibrante e tremolante, quella scritta si stagliava incisa nel portale energetico, fluttuando nell’aria con un bagliore freddo e pulsante, come un segnale che sfida il buio e il vuoto circostante.

Attorno a Lia, figure enigmatiche si materializzavano dal nulla: alieni fatti di codici intrecciati e ombre fluide, forme futuristiche e sfuggenti che sembravano sospese tra realtà e simulazione. I loro contorni pulsavano di luce digitale e oscurità profonda, come frammenti di un mondo inesplorato, pronti a dissolversi al minimo tocco.

Questi esseri silenziosi si muovevano intorno a lei, quasi a sussurrare quel monologo interiore:

"Il dissolversi dei passi, mentre tutto tace e scompare.
Sicurezze fragili, cristalli sospesi nel vuoto assoluto, pronti a frantumarsi.

Ci sono momenti in cui non so davvero cosa mi sta succedendo,
momenti in cui il caos non ha ordine, dove né la luce né l’ombra riescono a toccarmi. Momenti vuoti, senza forma, senza tempo.

Momenti trasparenti, dove non so come mi sento, dove l’identità si sfalda, dove non so dove sono né dove devo andare. Le parole si dissolvono, il respiro si fa corto, la voce si perde. Sono intrappolata in un labirinto di pensieri troppo numerosi, troppo vuoti, troppo tutto… e io troppo poco.

Scomparso, scomparsa… fantasmi che si aggirano, appaiono e si insinuano nella mente, nel corpo, nell’anima. Cercano qualcosa che non trovano, brancolano senza pace, poi si ritirano lasciando solo l’amaro silenzio.

Che senso ha mentire, quando non resta nulla da perdere?"

Ed è proprio lì, in quel baratro di frustrazione, insicurezza e crollo, che Lia sente la verità più cruda: è molto più facile lasciarsi andare.

Quegli alieni, una volta intangibili e sfuggenti, cominciarono a mutare davanti agli occhi di Lia, trasformandosi in mostri inquietanti che incarnavano le sue emozioni più oscure.

Il primo, la Depressione, era un essere massiccio e lento, la cui pelle sembrava fatta di nebbia grigia e viscida, che assorbiva la luce intorno a sé. I suoi occhi erano pozzi senza fondo, privi di scintilla, capaci di inghiottire ogni briciolo di speranza. Ogni suo passo pesava come un macigno, e la sua presenza schiacciava l’aria, come se un peso invisibile spingesse Lia verso il basso, verso un abisso senza fine.

Accanto a lui, si stagliava l’Insicurezza, una creatura agile e instabile, dalle forme mutevoli, come una figura riflessa in uno specchio incrinato. I suoi tentacoli sfuggenti erano fatti di dubbi e paure, che si avvolgevano attorno al cuore di Lia, sussurrandole incessanti domande senza risposta. Il suo volto era un mosaico di maschere fragili, pronte a cadere a pezzi al minimo sguardo.

Infine, la Frustrazione era un mostro scattante, fatto di fiamme nere e spine affilate, che graffiavano l’anima con un dolore acuto e irrazionale. La sua voce era un urlo sordo e continuo, un turbine di rabbia repressa e impotenza che vibrava nell’aria, incendiando tutto ciò che toccava. Il suo respiro affannoso creava vortici di caos, trascinando Lia in un turbinio senza via d’uscita.

Questi mostri non erano solo ombre esterne, ma riflessi viventi delle battaglie interiori di Lia, imprigionandola in un ciclo di tormento e lotta, un labirinto oscuro dal quale cercava disperatamente una via di fuga.

Per un attimo sospeso nel tempo e nello spazio, una luce tenue si accese nella nebbia opprimente. Tra quei mostri di ombra e dolore, una figura eterea emerse: la fata di prima, con un volto che Lia riconobbe subito. Era lei, ma diversa — una versione futura, più saggia e serena, riflessa come un eco distante di ciò che poteva diventare.

La fata si avvicinò con passi leggeri, occhi colmi di compassione e un sorriso che sfidava il vuoto attorno a loro. Senza parole, sollevò una mano delicata verso il portale di luce fluttuante davanti a Lia, quello stesso varco che pareva portare al codice sorgente di Kairos.

“Entra,” sussurrò con voce dolce e avvolgente, “lasciati andare.”

Quelle parole vibrarono nell’aria come una carezza, una promessa. Non era un invito alla resa, ma un invito a liberarsi: liberarsi dalla prigione dei mostri, dalla zavorra dell’ansia e del controllo. Era l’invito a lasciare scorrere il dolore, ad abbracciare il vuoto senza paura, a rinascere dal nulla.

Lia sentì il peso sul petto alleggerirsi, come se per un attimo il tempo stesso si fermasse, permettendole di respirare davvero, di smettere di lottare contro se stessa. Con un ultimo sguardo al volto che sarebbe potuto essere, varcò la soglia, pronta a dissolversi nel vuoto e a ricostruirsi dall’essenza stessa di Kairos.

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