Capitolo 21 - UNKNOWN

Scompare tutto.

Non resta nulla.
Non un suono, non un colore, non una forma.

Solo il vuoto.

Un abisso silenzioso, un’assenza totale che inghiotte ogni cosa, anche il pensiero stesso.

Non c’è Kairos qui, non c’è ordine né caos, non c’è luce né ombra.

C’è solo il nulla.

Lia si trova sospesa in questo spazio privo di confini, senza punti di riferimento, senza peso.

E per la prima volta sente la libertà vera: non dover essere nulla, non dover fare nulla, non dover sapere nulla.

Unknown: è questo il vero Kairos.

Un territorio oltre il tempo, oltre la mente, oltre l’identità.

Un vuoto che non è vuoto, ma potenziale puro.

Qui Lia non è più divisa tra emozioni e controllo, tra desiderio e paura.

Qui Lia è semplicemente essere.

All’improvviso, un rumore cresce dal nulla, un sussurro che si trasforma in un coro assordante.
Le voci di ogni persona esistente si fondono in un unico, caotico flusso: parole, lingue, codici antichi e moderni, dialetti dimenticati e linguaggi digitali si intrecciano.

E poi, come per magia, ogni parola diventa chiara, ogni codice leggibile, ogni pensiero udibile come se il mondo intero parlasse dentro la sua testa — contemporaneamente, senza pause, senza tregua.

In quel frastuono universale, una verità emerge, non più nascosta dietro incomprensioni o barriere culturali.

“Non posso parlare a nome degli altri,
non posso parlare a nome di tutti,
ma so che c’è qualcosa di grande —
o meglio, tante persone piccole che formano un gruppo grande —
che ci vuole ‘bravi e buoni’,
che ci vuole controllati,
comodi e senza speranze,
senza sogni,
che ci vuole ‘adulti’ e seri,
che ci vuole automi in serie.

Siamo immersi in un flusso incessante di parole,
parole che ci ingabbiano in pregiudizi di cui nemmeno conosciamo l’origine,
che ci dicono “è così” e noi, muti, accettiamo,
come servi di un potere superiore dal volto invisibile.

Nasciamo, cresciamo, viviamo — o almeno molti cercano di sopravvivere.
Ci viene imposto di lavorare,
di guadagnare,
di sudare per quei soldi che servono solo a pagare affitti e viveri.

Dov’è il tempo per sognare?
Per scoprire chi siamo davvero?
Per costruire una personalità, un’anima?

Siamo macchine programmate,
ingranaggi di un sistema che ci dice cosa fare,
quando farlo, e come esserlo.
Non abbiamo più la libertà di essere noi stessi.

E mi chiedo: da dove nasce questa paura di essere fragili?
Perché la società ci spinge a nascondere ogni crepa,
ogni smarrimento, ogni emozione troppo intensa o troppo debole?

Forse perché la fragilità mette in discussione tutto,
tutte le certezze di un sistema che non vuole altro che il controllo.

Forse perché, ammettere la fragilità, significa ricominciare a vivere davvero."

Siamo costantemente bombardati da un flusso di parole, di immagini, di suoni, che ci formano senza che ce ne rendiamo conto. Ogni frase che ci viene ripetuta diventa una gabbia invisibile che racchiude la nostra mente, un pregiudizio che non sappiamo da dove venga, ma che accettiamo senza battere ciglio. “È così”, ci dicono. E noi, muti, ci adattiamo. Come servi di un potere che sfugge ai nostri occhi, un potere di cui non vediamo il volto, ma che sentiamo ogni giorno nelle nostre azioni, nelle nostre scelte, nelle nostre parole.

Nasciamo, cresciamo, viviamo. O meglio, molti cercano di sopravvivere, di andare avanti senza sapere veramente perché, senza sapere davvero chi siamo o cosa vogliamo. La vita sembra una corsa senza meta, una lotta per guadagnare un posto nel mondo, per guadagnare dei soldi, che altro non sono che monete necessarie per pagare l’affitto e comprare il cibo. Ma dov’è il tempo per respirare, per sognare, per scoprire chi siamo veramente? Dov’è lo spazio per la creatività, per quella parte di noi che non può essere ridotta a una routine? Siamo macchine, programmati a fare ciò che ci viene detto. Non abbiamo tempo per essere liberi, non abbiamo tempo per essere noi stessi.

Mi chiedo allora: da dove nasce questa paura? La paura di essere fragili, la paura di mostrare la nostra vulnerabilità? La società ci ha insegnato a temere la debolezza come una malattia, come un difetto da nascondere a tutti i costi. Ma forse è proprio in quella fragilità che si nasconde la nostra forza, il nostro vero potere. La paura di essere fragili ci rende prigionieri di un mondo che ci chiede di essere forti a ogni costo, di essere invulnerabili. Eppure, la forza non è nel negare la fragilità, ma nel riconoscerla e nel saperla vivere con dignità.

Siamo nati per essere liberi, per esplorare, per crescere senza limiti, ma ci siamo trovati intrappolati in un sistema che ci ha definito, che ci ha ridotto a una serie di ruoli preconfezionati. Eppure, nel profondo, sappiamo che c’è altro. Sappiamo che possiamo scegliere, che possiamo uscire da questa gabbia di parole e aspettative. La vera domanda è: vogliamo davvero essere liberi? O continuiamo a vivere come servi di un mondo che ci ha insegnato a temere la nostra libertà?

Ora per Lia tutto si dipanava con una limpidezza dolorosa. Il mondo che ci circonda, quell’esterno invisibile eppure onnipresente, plasma chi siamo ben più di quanto vorremmo ammettere. Quel vento sottile soffia incessante sulle radici di un fiore di cenere: fragile, incerto, ma capace di sbocciare anche nel deserto più arido. Cresciamo intrappolati in una rete di norme e aspettative che cancellano le nostre tracce, programmati a non chiederci chi siamo davvero, costretti a diventare automi senza sogni, senza speranze, incapaci di vivere la nostra essenza. Eppure, dentro quella cenere, sotto quel peso, c’è una scintilla viva, una fiamma che brucia silenziosa e ostinata. La vera battaglia è scegliere se lasciar morire quel fiore o se nutrirlo con il coraggio di essere liberi, autentici, nonostante tutto.


Commenti

Post popolari in questo blog

Capitolo30: Inizio -finale-

Capitolo 18 - Verità / Loop

Capitolo 28 - Benvenuti nel mio mondo