Capitolo 20 - Memoria Monouso

Lia varca la porta.

Poi torna indietro.
Avanti, indietro, ancora.
Come una pallina impazzita, incastrata tra due mondi.

Da una parte la follia dell’essenza, il sé primitivo, quella parte emotiva e selvaggia che urla, sente, esplode.
Dall’altra il rigore gelido del super-io, la perfezionista cronica che ordina, classifica, reprime.

Non c’è tregua.
Non c’è respiro.
Solo questo eterno rimbalzo, questo loop doloroso.

Non sa più chi è.
Non sa più dove inizia il Kairos e dove finisce il mondo reale.
Non sa più cosa è vero, cosa è memoria, cosa è follia.

È imprigionata in quel limbo di contrasti.
Tra caos e controllo.
Tra luce e buio.

E mentre la mente tenta di ricomporre ciò che si è rotto, Lia si perde.


Riordinare,
i pensieri confusi
nei cassetti
con etichette cancellate.

Divinazione sfuggente.
Parole impalpabili.
Sangue che cola dal passato.
Mi sporco di bugie,
persa in un tempo che scivola via.

Non so cosa ho voluto
e tutto mi sfugge dalle mani.
Ho un ricordo,
e io ero parte di ciò.
Disegno i miei segreti,
come una fiamma dolce...
E perdo il mio respiro
in quegli occhi di cristallo:

Incontrollabili...
come vola il tempo
e le cose che ci girano intorno,
come per prenderci in giro.
Tutto così stancante.
Si osserva,
come il tempo muore,
e scompare via.
Incontrollabile.

Siamo una maschera che ride
e gira intorno al mondo.
Formando un cerchio.
E tutti sanguiniamo.
Tutti noi moriamo.
Tutti noi cadiamo.
In un caos incontrollabile.
In un caos incontrollabile.
Seguendo una pista sconosciuta.

Persi nel nostro trip.

Tutto ci sfugge dalle mani e vola via.

Gli attacchi di panico.
Le alterazioni mentali indotte.
Ricordi d’infanzia che si aggrovigliano in un groviglio di dolore e silenzi.

Martelliamo il muro segreto dei pensieri,
mentre ci crolla addosso e ci schiaccia…

“Non ho la medicina per il mio crollo mentale,
ambivalente e scostante dal presente.
Saliva un vuoto di un oblio.
Pensieri come rumori fastidiosi
spegnevano il mio cuore…”

“Sei la mia medicina.
La mia medicina a ogni anfetamina.
La mia medicina per la realtà
diversa da questa follia imperfetta.
Mi salvi da me stessa.”

Niente può salvarti da te stessa,
nessuna medicina, solo tu,
risponde la voce dentro allo specchio.

...Mi sento come se il tempo si fosse fermato
e io stessi prendendo il volo,
ho le vertigini e un lieve senso di nausea.
Il corpo è quasi paralizzato e ogni rumore forte mi fa crescere una serie di domande a loop
alle quali non riesco a rispondere e nemmeno a capire.
Mi sento strana e inerme,
mi gira la testa e sento una completa dissociazione a livello fisico.
Non ho nessun reale sintomo corporeo ma è come se non avessi proprio un corpo.
Mi domando se sto impazzendo,
mi domando se invece sto sperimentando qualcosa di “superiore”…
mi domando se sia solo ansia, e se lo è perché c’è.
Mi domando se c’è davvero qualche “energia sottile”.
La sento, come se fosse intorno a me e volesse entrarmi in testa.

Follia? Forse. E scoppiò in una risata capovolta, una risata che sgorgava dalla gola come un fiume impazzito, che s’insinuava tra le crepe della ragione, dilagando fino a sommergere ogni pensiero.

Rideva di sé stessa, di quel labirinto mentale in cui era intrappolata, di quella danza folle tra ordine e caos, tra luce e ombra, tra verità e illusione.

Le lacrime le rigavano il volto, ma rideva ancora, una risata sgangherata e libera, una risata che liberava, che consumava, che cancellava ogni certezza per lasciare spazio al nulla.

In quel nulla, Lia si sentiva stranamente viva.
Fragile, ma viva.

Le pareti attorno a lei sembravano oscillare, il pavimento ondeggiava come l’acqua di un mare in tempesta.
Il suo respiro si faceva rapido, irregolare, eppure lei non smetteva di ridere, non voleva smettere.

Perché in quel vortice, in quella follia pura e nuda, trovava una strana forma di libertà.
Non c’erano regole.
Non c’erano aspettative.
Non c’era Kairos, non c’era perfezione.

Solo il caos, selvaggio e incontrollabile, e lei, sospesa tra i due mondi, tra ciò che era e ciò che poteva diventare.

E mentre la risata si spegneva lentamente, Lia chiuse gli occhi.

Nel silenzio che seguì, qualcosa dentro di lei cambiò.

Qualcosa iniziava a emergere, fragile e potente insieme: l’essenza di ciò che era davvero, al di là di ogni etichetta, di ogni maschera.

Anche questa era una maschera, un inganno.
Una memoria monouso, fragile e volatile, destinata a svanire appena sfiorata dalla luce del presente.

Come un ricordo consumato che si dissolve tra le dita, lasciando solo un’eco sbiadita di ciò che è stato.

Un velo sottile che nascondeva la verità, un’illusione tessuta per proteggersi dal vuoto che spaventa.

Ma Lia sapeva che non poteva più nascondersi dietro queste finzioni.

Era ora di guardare oltre, di scavare tra le pieghe di quella memoria usa e getta, per trovare qualcosa di autentico.

Qualcosa che resiste.

Qualcosa che non si cancella.



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