Capitolo 19 - Essenza

 Lia varcò la soglia.

Ancora.

Non sapeva se fosse la stessa porta di prima, o un'altra che si era semplicemente travestita da ritorno. Ma sentì chiaramente lo scatto della serratura dietro di sé, come se Kairos l’avesse riconosciuta. O forse stava solo aspettando che lei tornasse.

Il mondo intorno era cambiato.
O forse era lei a essere diversa.

Non c’era più perfezione.
Non c’era più caos.
C’era un silenzio sospeso, carico, vivo… come se tutto il tempo si fosse trattenuto il fiato.

E poi, la sentì.
Una voce.

La sua voce.
Ma non usciva dalla bocca.
Veniva da dentro, e da fuori, e da ogni direzione possibile.
Era Lia, ma era anche qualcun’altra.
Una Lia vecchia? Una Lia futura?
Una Lia dimenticata? Una Lia temuta?

“Siamo tornate,” sussurrò la voce, e sembrava sorridere.
“Tu e io. Io e te. Finalmente nello stesso posto, nello stesso momento.”

Lia si guardò attorno.
Kairos si stava ricostruendo a vista d’occhio:
pezzi di memoria fluttuavano nell’aria, frammenti di stanze già viste, sussurri di pensieri pensati troppo in fretta.

“Pensavi di essere uscita, eh?
Pensavi che distruggere significasse finire.
Che rompere ogni cosa significasse liberarsi.”

Lia chiuse gli occhi.
Non per fuggire, ma per ascoltare meglio.

“Tu sei Kairos adesso.
Non puoi uscirne.
Ma puoi attraversarlo con occhi nuovi.”

Una figura speculare le si parò davanti.
Era uguale a lei, ma diversa.
Lo sguardo era più calmo.
Ma non spento — calmo come la superficie dell’acqua prima della tempesta.

Lia si guardò.
E per la prima volta da tempo, non si giudicò.

“Parliamo, vuoi?”
“Senza urla. Senza maschere. Senza fuoco e vetri rotti.”
“Parliamo da anima a anima.”


"Datemi emozioni.
Sono il mio nutrimento.
Non voglio protezioni, muri, filtri, bugie per tenermi al sicuro.
Non voglio l’apatia comoda del 'va tutto bene'.
Restare al sicuro… uccide l’anima.
La fa marcire lentamente, come un frutto dimenticato nel cassetto più freddo."

“Per te cos’è la vita?”
“Una lotta.”
“Allora devi vincere. Se fosse stata sopravvivenza avresti dovuto vivere,
se fosse stato nulla… saresti dovuto morire.”

Quelle parole rimbombano nella mente di Lia mentre cammina a piedi nudi su un terreno che non è né terra né cemento.
Sembra un sogno, ma è troppo tagliente per esserlo.
Sembra reale, ma è troppo fragile per durare.
Il cielo sopra di lei pulsa con colori che non esistono sulla ruota cromatica:
è come se la sua mente stesse tentando di immaginare nuove tonalità,
come se persino la luce avesse deciso di reinventarsi.

Lei cammina in questa dimensione fatta di emozioni allo stato liquido.
Sono ovunque: scorrono nei fiumi, danzano nell’aria, si mescolano sotto pelle.
Ogni cosa che tocca vibra come una corda tesa tra due estremi: il dolore e l’estasi.

“Di cosa ci nutriamo, se non di emozioni vissute giorno dopo giorno?
Di quei piccoli sprazzi di sole in mezzo alla monotonia dei giorni grigi…”

Ma io non mi accontento.

Io voglio luce.
Voglio luce che brucia.
Voglio tempeste di colori, maremoti di sensazioni, scosse elettriche tra cuore e stomaco.
Voglio gli arcobaleni, non quelli da cartolina, ma quelli che nascono dal fango e dalla pioggia acida.

“Ho bisogno di sentire di più.
Per non scivolare in quell’apatia totale,
quel vuoto gelido che ti inghiotte piano mentre sorridi a chi ti chiede come stai.”

La verità è che Lia sta esplodendo.
Ma stavolta non in mille pezzi.
Stavolta sta esplodendo verso dentro.
Sta collassando nell’essenza.

Odio le cose stupide.
Le banalità. Le frasi fatte.
Quelle che si dicono per riempire il silenzio.

Perché è come se spazzassero via la bellezza delle cose profonde.
Come se coprissero con un lenzuolo grigio la trama intricata dell’anima.

...Ma anche loro servono.

Dannazione.
Servono anche quelle per ricordarti cosa non sei.
Servono per darti il contrasto, per permetterti di affondare ancora di più nei tuoi abissi
e poi risalire, e scoprire che l’ossigeno…
non è nell’aria,
ma nell’intensità con cui la senti.

L’essenza non è una definizione.
È un’urgenza.
È il momento in cui smetti di chiederti cosa sei
e inizi semplicemente a viverlo.

E Lia adesso lo fa.
Senza etichette, senza regole, senza Kairos.
Solo lei.
Nuda.
Cruda.
Intera nella sua frammentazione.

Ogni emozione la attraversa come un temporale che non chiede permesso.
Ogni passo è un’esplosione silenziosa nel cuore della coscienza.

Sarebbe bello vivere se io non fossi io,” aveva detto.

Ora sta capendo:
è proprio essendo se stessa
con tutte le sue crepe, i suoi estremi, il suo disordine eccessivo
che può sentire davvero.

E forse, per lei, questo è l’unico modo di esistere.

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