Capitolo 14 - Pain Addicted
Ciò che Lia ha assimilato da quella ferita profonda, dalla sensazione di essere invisibile e mai accolta, si è trasformato in un comportamento disfunzionale. Un modo di reagire al mondo quasi automatico, una danza oscura tra bisogno e distruzione. È così che, senza rendersene pienamente conto, ha conosciuto lui: l’Ombra.
Lui non è un uomo qualunque, ma la personificazione di quell’amore tossico che Lia ha sempre cercato e che ha inconsciamente richiesto per sentirsi viva. Un amore malato, che si nutre di dolore, un’eco della ferita originaria che si fa carne, un legame fatto di pugni e carezze amare, di lacrime e sorrisi spezzati.
Questa è la loro conversazione — il dialogo tra Lia e quella presenza oscura che ha abitato i suoi abissi più profondi.
Ombra:
«Se ti amo, devo farti del male.»
«Se mi ami, devi farmi del male.»
Lia:
«Perché? Perché tutto deve passare dal dolore?»
Ombra:
«Perché il dolore è ciò che senti. Il resto è vuoto.»
«Senza ferite, come fai a sapere che sei viva?»
Lia:
«Io… ho solo cercato di essere vista. Di essere amata. Di sentirmi reale. Non voglio farmi del male. Non così. Ma sembra che non ci sia altro modo.»
Ombra:
«È la ferita che hai dentro. Quella che nessuno ha voluto guardare. Sei nata invisibile, Lia. Nessuno ti ha mai accolto davvero.»
«Mai amata come meriti. Solo trascurata. E così hai imparato a cercare l’amore dove fa male, perché il dolore era l’unica prova della tua esistenza.»
Lia:
«Sono stata un fantasma. Non solo per gli altri, ma per me stessa. Un’eco spenta nel Kairos, senza più tempo né spazio.»
«Ho urlato dentro, ma nessuno ha mai sentito.»
Ombra:
«E allora hai scelto il veleno, perché era l’unica medicina che conoscevi.»
«Hai cercato chi ti facesse sentire, anche se quel sentire era solo sofferenza.»
Lia:
«Ma questa non è vita. È una prigione. Eppure… mi sembra impossibile spezzare la catena.»
«Il dolore è diventato il mio unico rifugio, la mia unica certezza.»
Ombra:
«Perché il bisogno è nato da quella mancanza profonda. Da non essere mai stata vista davvero.»
«E quando cerchi amore, cerchi anche conferma della tua esistenza. Anche se arriva come una pugnalata.»
Lia:
«Ho bisogno di quel dolore, lo sento come un paradosso. È una fame insaziabile, un vuoto che solo il male riesce a riempire.»
«Come se amando così, ferendo o venendo ferita, potessi finalmente riempire quel buco dentro.»
Ombra:
«Se ti ami, devi farti del male.»
«Se ti ami, devi lasciarti ferire.»
«È la regola non scritta di chi ha paura di essere dimenticato.»
Lia:
«E io ho paura. Paura di scomparire. Di tornare invisibile.»
«Ma questa fame mi distrugge. Mi brucia da dentro. Mi uccide lentamente.»
Ombra:
«Ma è l’unica vita che conosci.»
«Il dolore è la tua droga. La tua unica certezza. Il modo in cui dici a te stessa “sono qui”.»
Lia:
«Vorrei smettere. Vorrei liberarmi. Vorrei guarire. Ma non so come. Forse non so più nemmeno chi sono senza questo dolore.»
Ombra:
«Sei nata così. E in qualche modo devi accettarlo. Perché non puoi scappare da ciò che sei. E non puoi fuggire dalla ferita che ti ha resa così.»
«Ma forse un giorno… forse potrai imparare a scegliere un altro modo per essere vista. Per essere amata.»
Lia:
«Forse. Ma adesso… adesso sono prigioniera di questo amore malato. Di questa fame oscura che mi consuma.»
«Se ti amo, devo farti del male. Se mi ami, devi farmi del male.»
«E così resto qui. Sospesa tra dolore e bisogno, tra rabbia e disperazione.»
Quello che Lia ha assimilato dal trauma non si è limitato a lasciare una ferita aperta, ma ha plasmato un comportamento che l’ha condotta a conoscere un’ombra antica e ingannevole. Questa ombra, silenziosa e presente, le sussurra che lei stessa ha scelto la prigione in cui è rinchiusa, che è vittima e carnefice di un amore che brucia e consuma.
“Sei tu che mi chiami, Lia,” dice l’ombra con voce bassa e avvolgente. “Sei tu che mi stringi alla pelle e non mi lasci andare. Non sono io il mostro, sei tu che hai bisogno di me. Il dolore che cerchi è un filo sottile che ti lega a me, più forte di ogni promessa di libertà. Senza di me, chi saresti? Un vuoto troppo grande da sopportare.”
Quell’amore nascosto, veleno dolce e feroce, un legame che intreccia sofferenza e desiderio, la tiene stretta come una catena invisibile. Ogni ferita che apre è anche una finestra che spalanca il bisogno di sentire, di esistere nel dolore, perché solo lì, nel tumulto, Lia si sente viva.
Un bisogno che brucia,
una sete d’emozioni così forti da consumare ogni cosa,
un amore che punge e avvelena, ma che in fondo tiene ancora in vita.
Tremava, il sapore del nulla in bocca faceva battere il cuore più forte,
quell’attesa che faceva rimbombare le lancette dell’orologio,
e intorno, il silenzio: un vuoto assordante che le rimbalzava dentro.
La notte rumoreggiava vento freddo,
una finestra spalancata sull’oscurità più profonda,
una scala verso una luce che non sapeva più brillare,
troppo tardi per il mattino.
Sospiri lenti, sussurri carichi di malinconia,
una nostalgia strappata dal passato,
un riflesso sfuocato di un tè alla cannella in una notte d’inverno.
Febbre estiva, vento caldo, la voglia di correre sulla spiaggia deserta,
mentre il sole cadeva a pezzi nel cielo.
Lotte continue, guerre invisibili come spade che dividono l’anima in due.
Piccole emozioni che soffocano, che divorano come parassiti,
un’unica domanda che brucia costante:
la strada è luna o sole?
Sentimento o ragione?
E se ora si trovasse morta, invisibile ai suoi stessi occhi?
E se fosse davvero morta, ma vedesse gli occhi tremanti di chi la circonda?
Cosa cambierebbe? Nulla. Solo una lotta che non finisce mai.
Non c’è spazio per altro che questa nostalgia muta e crescente,
paura, gioia, tristezza si mescolano,
e dal passato riaffiorano ricordi perduti nel tempo.
Amava, davvero.
Non importava se dentro era morta,
apparentemente viva, eternamente prigioniera della tristezza.
Voleva ritrovarsi, ritrovare se stessa.
In ogni istante mancava a se stessa,
ma taceva, indifferente e pallida come una sirena muta,
intrappolando i sentimenti che giudicava sbagliati.
Voleva essere un’altra, libera, ma non poteva.
Perché amava.
Un amore malato.
Il cuore rapito,
la mente bendata,
gli occhi accecati,
le mani legate,
la volontà fuggita,
la speranza intrappolata,
la libertà sciolta.
Cosa resta, se non un’anima innamorata dell’oblio?
L’identità perduta,
il dolore come abbraccio gelido,
un innamoramento oscuro che ora cerca ovunque.
Perché per essere amati bisogna ferire?
E per non essere feriti, mentire?
Perché ciò che è diverso non può seguire la tradizione,
perché non si può migliorare ma solo cambiare “in meglio”?
Sempre distrutta mentre voleva solo creare,
costruire un mondo nuovo e perfetto,
una luce per sé e per gli altri.
Ma dentro, una molla scattata,
una difesa innalzata contro chi distruggeva tutto ciò che amava.
Stanca di creare e vedere tutto sgretolarsi,
ha imparato a distruggere anche lei,
a drogarsi della rovina.
Distruggere gli altri, se stessa, tutto.
Vedere tutto crollare le dava un oscuro piacere.
Il legame che la teneva avvinta a tutto quel dolore
era una catena invisibile, fatta di paura e desiderio,
un nodo stretto nel cuore che le impediva di fuggire,
eppure la faceva tornare, sempre, a cercare quella stessa ferita
che le bruciava la pelle e le urlava di esistere.
Pensare di essere malata, di avere bisogno della dose,
è un pensiero che aiuta a non negare la propria natura.
A volte nutrimento per l’arte, altre volte solo un veleno che divora.
Nata così, desidera guarire,
ma non riesce a rinunciare al dolore,
continua a cercarlo, a cadere, a volerne ancora.
La droga uccide, ma il dolore no.
Le persone restano, esistono, fanno male, e lei ne vuole sempre di più.
È un inferno senza fine: farsi male senza trovare pace,
soffrire senza mai morire.
Forse la verità è questa: troppa sensibilità,
nessuna felicità senza il dolore,
e nel cervello scatta il riflesso di un arcobaleno dopo la tempesta.
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