Capitolo 13 - Percezione Dissociativa
Qui, il tempo sembra essersi fermato. Non scorre, non respira. È un silenzio denso, un vuoto sospeso in cui il presente si dilata all’infinito, privo di passato e futuro.
Lia desidera svanire, diventare invisibile, un’ombra sfuggente in un mondo troppo luminoso e rumoroso. Ma dentro quel desiderio arde anche la fame di essere vista, perché esistere davvero forse significa farsi guardare.
La dissociazione ricompare, ma non come fuga totale dal sé. Ora assume la forma di un velo sottile, una nebbiolina che offusca i contorni della realtà. È una derealizzazione: il cervello si fa scudo, protegge Lia da verità troppo crude, troppo taglienti per essere sopportate.
La percezione non è che un fragile mosaico di sensazioni soggettive, un caleidoscopio che si rompe e si ricompone in modi sempre diversi. Non esiste una morale universale, soltanto un’illusione tessuta con fili sottili di ipocrisia e manipolazione — una bugia bella e sporca che l’umanità si racconta per sopravvivere.
Lia soffre di una sensibilità connettiva disgregata con il mondo. È distaccata dai suoi stessi pensieri più leggeri, quelli che si disperdono prima ancora di sfiorare la superficie della realtà, come nebbia dissolta al primo raggio di sole.
Ci sono stati momenti in cui Lia si è sentita un fantasma di se stessa: una voce ovattata, lenta, distante, un’immagine che si muoveva come un’ombra dietro un vetro appannato. Ogni attimo lasciava una scia colorata, una traccia di malinconia sospesa tra sogno e veglia.
Il mondo reale non l’ha mai guardata davvero. Mai ascoltata veramente. È stata come un’eco sommessa in stanze troppo piene di rumore, un soffio leggero che il vento portava via prima che potesse prendere forma. Mai accolta, mai amata, mai vista con occhi che riconoscessero la sua presenza.
Ogni giorno era un passo tra invisibilità e invisibilizzazione, un gioco crudele in cui il suo valore si perdeva nel riflesso sfocato degli sguardi distratti, delle parole non dette, degli abbracci che non sono mai arrivati. Lia ha imparato a muoversi come un’ombra silenziosa, un fantasma nel mondo dei vivi, una presenza assente.
Con il tempo, quel fantasma ha preso forma dentro di lei: il fantasma di se stessa. Un duplicato spettrale che la guardava da lontano, separato dal corpo, distante dai ricordi. E ora, nel Kairos, non è che un’eco sussurrante, una vibrazione fragile in un silenzio senza confini.
Quel vuoto che l’ha avvolta per anni, quel senso di non appartenenza, ha scavato dentro una ferita che non si è mai chiusa, un crepaccio profondo dove si perdeva ogni certezza, ogni speranza di essere accolta. E quella ferita ora pulsa ancora, sottile ma insistente, un richiamo silenzioso che le ricorda che esiste, anche quando il mondo fa finta di non vederla.
Eppure, in questo limbo di dissoluzione, si nasconde una poesia crudele e luminosa: la consapevolezza che il dolore non si annulla negandolo, ma si dissolve solo aprendosi ad esso. Che la ferita aperta non è solo ferita, ma una porta verso una verità più profonda, nascosta dentro di sé.
Lia resta sospesa tra il desiderio di sparire e la necessità di essere, in un mondo che spesso non sa accogliere chi si perde dentro se stesso. Eppure, forse è proprio in questo dissolversi che si trova la chiave per ricostruirsi.
Commenti
Posta un commento