Capitolo 11 - Implosione
Lia camminava lungo un corridoio che non sembrava né reale né completamente onirico. Le pareti sbiadite del Kairos sembravano respirare, come se anche l’aria sapesse che stava per accadere qualcosa. Ogni passo era il suono muto di un’esistenza che cercava di ricordare sé stessa.
La dissociazione si era attenuata, ma non del tutto. Si sentiva ancora staccata dal corpo, come se fosse una spettatrice intrappolata nella propria pelle, costretta ad assistere alla propria rivelazione.
Era come vivere dentro un sogno di qualcun altro.
O forse era proprio così: Lia non era che un sogno che stava cominciando a sognare sé stessa.
Si ritrovò seduta, senza sapere come, nello studio del Dottor Jonson. Lui era lì, come sempre: composto, freddo, con la penna tra le dita e lo sguardo fisso. Ma qualcosa stonava. Le sue parole erano troppo giuste. Troppo simili a quelle che avrebbe detto… lei stessa.
«Perché mi guardi così, oggi?», chiese Lia.
Il Dottor Jonson sorrise. Ma il sorriso era vuoto.
«Perché finalmente vedi.»
«Vedo cosa?»
La sua voce cambiò.
Diventò identica alla sua.
«Che io non sono mai esistito.»
Lia sussultò. Ma dentro, una parte di lei sapeva. Lo aveva sempre saputo.
«Sei solo una mia proiezione…», sussurrò.
Jonson – o ciò che lei chiamava così – annuì, lentamente. Come se tutto fosse ovvio. Come se l’universo intero avesse solo aspettato che lei lo ammettesse.
«Ti sei creata me quando nessun altro sapeva ascoltare. Io sono la tua voce razionale, il tuo terapeuta immaginario. Il tuo tentativo di darti ordine quando tutto stava cadendo a pezzi.»
Lia abbassò lo sguardo. Sentiva una rabbia cieca salire da dentro.
Ma non verso Jonson. Verso sé stessa.
Verso il dolore che aveva mascherato. Verso il tentativo di guarire attraverso qualcosa di illusorio.
“…è come la cenere che brucia.”
Tutto ciò che credeva reale si stava sfaldando come carta bruciata. Rimanevano solo scintille che si dissolvevano nell’aria, lasciando un sapore ferroso in gola. La sensazione di un sogno spezzato a metà. Di aver amato qualcuno che era solo uno specchio.
Eppure, era necessario.
“…in notti calde, dopo giorni freddi,
e buie dopo troppo sole…
quante dediche senza parole,
quante senza mittenti,
quante non consegnate.
Quanto timore, fremore, paura.
Quanto amore, emozioni, quanti sogni…
…e tutto ciò può volare via, come le nuvole di pioggia dopo un temporale…
e perdersi…
e sembrare così incoerente da diventare un bianco e nero che non apparirà mai grigio…”
Lia si alzò lentamente. Si guardò le mani.
Erano sue. Ma tremavano.
Non di paura.
Di rabbia.
Una rabbia sottile, sorda. Che nasceva da un’eco profonda di impotenza.
La rabbia era il volto urlante della sua tristezza.
Era la sua anima che batteva i pugni contro le pareti del torace, chiedendo perché.
Perché non riusciva a guarire.
Perché era ancora lì, ferma, imprigionata tra desiderio e fallimento.
Perché tutto sembrava sempre inaccessibile, distante, perso.
Era arrabbiata con sé stessa.
Per non riuscire ad accettare.
Per voler essere libera ma non riuscire a spezzare le catene.
Per voler guarire… e continuare a sanguinare.
E mentre la rabbia saliva, un pensiero s’insinuò, freddo e vero:
La rabbia è figlia della frustrazione.
La frustrazione è figlia dell’impotenza.
E l’impotenza… è il grido muto di un’anima che non sa più dove posare le ali.
Lia guardò fuori dalla finestra dello studio. Ma non c’era alcun paesaggio.
Solo il riflesso del suo volto.
Come sempre.
Era sempre stata sola.
Ma non nel senso triste del termine.
Sola, perché nessun altro poteva davvero entrare lì, in quel regno interiore dove si parlano le verità scomode.
Dove la guarigione non è dolce, ma feroce. Cruda. Viscera. Fuoco.
Jonson – la sua proiezione – svanì lentamente, come fumo.
Come la nebbia di un sogno che svanisce al mattino.
Lei rimase lì.
Nel Kairos.
Nel centro di sé stessa.
Non cercava più risposte fuori.
Perché aveva finalmente imparato a guardare dentro.
Jonson non parlava più.
Si era spento come tutto ciò che era sempre stato solo fittizio.
Lia era sola.
Ma per la prima volta, non si sentiva più vittima.
Era una creatura in lotta con sé stessa.
In preda a una furia silenziosa.
Non aveva bisogno di lanciare oggetti o urlare frasi.
La sua implosione era già una rivoluzione.
Il suo corpo era immobile.
Ma dentro, si frantumava.
Perché la vera rabbia non è contro il mondo.
È contro ciò che non riesci a smettere di sentire.
È contro ciò che non puoi cambiare, anche se ti sta consumando.
E in quel momento, Lia comprese che il Dottor Jonson era servito solo a contenerla.
Non a guarirla.
Era una forma elegante di censura.
Una struttura mentale costruita per rendere il dolore digeribile.
Per razionalizzare la confusione.
Ma adesso lei non voleva più digerire nulla.
Voleva esplodere, ma in silenzio.
Implodere.
Per scendere nelle viscere.
Per toccare la materia incandescente della sua anima.
E così restò lì.
Con il petto che ardeva.
Con le labbra serrate.
Con le mani aperte, come se potesse stringere il vuoto.
E si disse:
“La guarigione non arriva per forza con la pace.
A volte comincia con la collera.”
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