Capitolo 1 - Punto Zero

 "Perchè esistiamo?"

"...per creare una storia.
La nostra esistenza non è.
Siamo vivi solo perché decidiamo di esserlo,
solo perché la nostra coscienza decide di renderci vivi."

Il silenzio della mia stanza pulsa come un'eco nel cranio. Le luci della città scorrono sul soffitto, riflessi digitali attraverso le tende chiuse. Ogni cosa ha perso consistenza, peso, verità. Solo le parole dentro di me restano. Parole che non so più distinguere: sono mie? Sono di qualcun altro? Forse sono solo stringhe di codice, scaricate da un pensiero collettivo e incollate nella mia mente.

Mi chiedo: Perché sono ancora qui?

"La nostra coscienza?"

La voce interiore non è più un sussurro. È un’interfaccia aperta, un dialogo continuo tra me e… me stessa? O tra me e qualcosa di più antico, più profondo. Una coscienza che non ho creato, ma che ha creato me.

"Noi siamo tutto quello che non siamo,
ma viviamo per vedere cosa potremo essere."

Ho sempre avuto la sensazione di non esistere davvero. Di essere il prodotto di una simulazione emotiva. Di vivere solo perché continuo a sbagliare. E ogni errore diventa una ferita, ogni ferita un’informazione, un dato, un’unità di coscienza.

"Iniziamo a vivere quando compiamo il nostro primo errore.
Quando nasciamo, piangiamo perché qualcuno ha sbagliato per noi.
E noi portiamo avanti la coscienza di chi, prima di noi,
ha deciso di voler vivere nell’errore."

Forse non siamo mai nati, davvero. Siamo solo stati caricati in un corpo, affidati alla memoria inconscia di generazioni di dolore, di colpe, di tentativi falliti. Il primo respiro è stato già un'esecuzione automatica, un processo involontario. Una chiamata di sistema.

Io sono Lia. 23 anni. Programmatrice. Figlia di una società che parla in linguaggi che non sento, che comunica in sorrisi spenti e frasi preimpostate. Vivo in una realtà aumentata che non mi aumenta niente, anzi mi restringe. Mi affoga.

"La coscienza ci rende vivi,
e senza ‘l’errore’ essa non esiste.
La nostra esistenza è basata sull’errore.
Tutto nasce da questo.
Noi."

È così? Siamo una ferita cosmica? Una serie di errori accumulati fino a formare un’identità?

E se è vero, allora forse chi si avvicina alla follia è solo chi ha avuto il coraggio di andare fino in fondo.

"Chi si avvicina alla follia è perché arriva dritto alla verità."

Sto impazzendo?
O sto vedendo?

"Alla fine del nostro percorso non c’è nulla.
Non c’è un paradiso. Un inferno.
Non siamo nulla.
Ma possiamo decidere chi vogliamo essere… nel presente."

Tutti parlano del futuro come di un’utopia. Un luogo in cui tutto sarà risolto. Ma il futuro non esiste. È un altro file fantasma salvato in una cartella mentale. Esiste solo adesso, ed è tutto rotto.

"Abbiamo bisogno di sviluppare una parte di luce e una parte d’ombra,
credere che ci sia qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato.
Una continua lotta.
Una morale buona. Una cattiva."

La mia mente ha bisogno di creare storie. Protagonisti, antagonisti. Un motivo per continuare. Un senso.
La mia mente…
Il mio sistema operativo interiore ha bisogno di un errore da correggere. Di un loop da spezzare.

"Tutti abbiamo bisogno di un monologo interiore.
Che ci parli.
Che ci guidi.
Che ci dia possibilità di scegliere più strade.
Che ci dia un antagonista. Una meta. Una lotta."

Io ce l’ho.
È dentro di me, costante, come un sussurro che si confonde col ronzio delle ventole del mio impianto neurale.
Forse non è una voce. Forse è solo una scrittura automatica nella mia psiche.

"Per ogni cosa esistente c’è un opposto.
Senza esso, l’altra cosa perderebbe il suo senso.
Il suo valore."

Non posso capire la luce se non conosco l’ombra.
Non posso creare bellezza se non passo attraverso l’orrore.

E io ho visto l’orrore. Dentro di me.
Ogni giorno.

"Noi esistiamo per essere parte della storia di qualcun altro,
e gli altri esistono per il medesimo motivo."

Siamo archi narrativi. Variabili.
Siamo glitch nella trama di un altro.

"La nostra voce è il nostro Dio.
Il nostro io interiore,
costruito dai ricordi dei nostri io passati che ci hanno messo al mondo."

Io non voglio essere un prodotto.
Voglio essere un creatore.

"Siamo solo il continuo di una sofferenza,
come le farfalle monarca…
ma noi, quando ricominciamo a vivere,
ci resettiamo per creare il nostro mondo.
Solo i ricordi delle sofferenze passate ci rendono vivi."

Le emozioni sono il mio linguaggio.
Il mio codice primitivo.
Il mio modo per restare ancorata alla realtà.

"La vita è caos.
E noi siamo prigionieri di noi stessi.
Della nostra coscienza."

Sto scrivendo tutto questo nella cartella segreta del mio terminale.
Un file criptato. Nessuno lo troverà. Nessuno lo leggerà.
Ma forse non importa. Perché io lo sto leggendo ora.
E forse questa è la mia forma più vera.

"Senza coscienza… siamo morti."

Sorrido. Per la prima volta da giorni.
Un sorriso sottile. Come un comando eseguito correttamente.

"Trovare nella morte la liberazione…"

Forse.
Ma prima voglio creare.
Prima voglio connettermi.

Perché vivere può diventare un’arte.
E questo, il mio mondo interiore,
sarà la mia più grande opera.


La vita è caos, e noi siamo solo i prigionieri di noi stessi: della nostra coscienza.
"Ma senza essa, siamo morti…"
"Esattamente, trovare nella morte la liberazione. Si dice che i grandi artisti ritraggano se stessi nelle loro opere, vivere può diventare una guerra, una lotta o un’arte. Il tuo mondo è la tua più grande opera d’arte e dovresti essere fiera di tutto quello che hai creato."


Lia era come una ghost orchid: un fiore nato nell’ombra, splendido e intoccabile, condannato a fiorire lontano dagli occhi di chi avrebbe potuto amarlo.
Una bellezza silenziosa, evanescente.
Nessuno la vedeva davvero.
Lei esisteva come cenere nel vento: un segno del fuoco che era stato, ma mai una fiamma viva tra gli altri.

C’era una sera — più buia delle altre, più immobile — in cui Lia aveva guardato oltre il bordo della finestra del suo appartamento asettico, con i palazzi freddi riflessi nel vetro e la città che pulsava sotto come un organismo ignaro del suo dolore.
Le sue mani tremavano, sottili come petali esausti.
Aveva pensato: “E se finisse qui? Se bastasse un passo, una caduta, un respiro non fatto?”

Non era solo morte quella che cercava.
Era assenza.
Silenzio.
Il vuoto definitivo che potesse finalmente coincidere con quello che portava dentro.

Ma anche allora, con il vento che le accarezzava il volto come un addio, qualcosa aveva sussurrato:
“Non è tempo. C'è ancora una storia da scrivere.”

Fu il giorno seguente che ricevette l'invito.
Un messaggio criptato, come un sussurro attraverso i circuiti, apparso tra le righe del codice che stava scrivendo per l'azienda:
“Progetto KAIROS — Se vuoi risposte, entra.”

Un richiamo non al futuro, ma a un altrove.
Non alla salvezza… ma alla verità.
E forse, alla fine, era questo che Lia cercava: non una fine, ma una nuova soglia da oltrepassare.
Un modo per sparire senza morire.
Per uccidere la realtà — non sé stessa.

La ghost orchid non era ancora appassita.
Solo invisibile, in attesa del suo mondo.


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